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Riflettiamo e costruiamo: compiti e sfide della Sinistra

Appunti per una Sinistra differente

Il progressismo è diventato liberismo, il socialismo è diventato conservatorismo e antiglobalismo. Tutto viene giudicato a seconda dei fenomeni produttivi, a causa di un mutamento antropologico dell’uomo. Il bisogno si esprime in gradi: lavoro, pane, macchina, abbigliamento. Non è tutto qui: il lavoro non è più una condizione ideale, per chi ce l’ha, esso rappresenta una molla per soddisfare tutte le esigenze. Esigenze sempre nuove, patrocinate dalle multinazionali. Ma la colpa non è loro soltanto, è anche il nostro sentire che, negli anni ha considerato tutto alla stregua di materia raggiungibile. Questo è il percorso dell’uomo progressista, scoprire per avere.

Diceva bene il famoso sociologo e filosofo contemporaneo, Zygmunt Bauman: “siamo sempre alla ricerca della novità”. È così, l’uomo è sempre in affanno a causa della sua sete di nuovo. Siamo schiavi di un consumismo esasperato, che ci porta a vivere in modo sempre più fugace e futile. E le conseguenze si ripercuotono anche sui processi economici e sociali. Il PIL come misura dell’uomo e non più “l’uomo come misura di tutte le cose”, come voleva l’aforisma protagoreo.

Il lavoro è protagonista di una progressiva mercificazione che tende sempre di più al raggiungimento del massimo risultato al minor costo. Il voucher diventa la nuova moneta, il cottimo il nuovo contratto. L’uomo si ritrova a subire una forma di alienazione di derivazione marxista, quella secondo cui il lavoratore è alienato dal suo prossimo, cioè dal capitalista (oggi diremmo datore di lavoro), che lo tratta come un mezzo da sfruttare per incrementare il profitto e ciò determina un rapporto conflittuale tra classi. Da un punto di vista più ampio, l’economia capitalistica traduce il rapporto tra le persone in modi di sfruttamento. Ne deriva una continua lotta di classe che tende all’affermazione dei diritti negati e un ceto medio fortemente impoverito.

La politica portata avanti in questi anni, da chi si professa sinistra nel nostro Paese, ha fatto si che al giorno d’oggi numerosissimi italiani si trovino in condizioni di povertà assoluta. Hanno reso possibile lo svenimento di una ragazza a scuola: non mangiava da quarantotto ore, non toccava acqua calda da ancora più tempo, non poteva permettersi né cibo né una doccia, se non fredda.

La socialdemocrazia ha un ultimo immenso compito: condurre l’umanità, rispettando le scelte individuali e le differenze, verso conquiste di progresso rivolte, oltre alle comodità guadagnate, anche e soprattutto al miglioramento delle condizioni economiche di tutta l’umanità, senza dare per certo che ciò sia impossibile. Fare questo comporta, per chi sta meglio, avere la consapevolezza che i nuovi orizzonti che si aprono in questo mondo dovranno tendere alla solidarietà e alla pace. Quella pace che non si riferisce solo alla fine di una guerra, o meglio della guerra, quella che oggi si combatte ad Aleppo e che vede morire migliaia di persone e bambini al giorno, ma una pace che ricerca, anche, il piacere dell’essere e della partecipazione. La sfida della sinistra dovrà essere più intimista e reale o il progresso favorirà solo chi vive in condizioni economiche di prosperità. A quel punto, considerando il risparmio una forma di benessere, proveremo a modificare in bene l’homo consumator di pasoliniana memoria.

È di questo che la sinistra dovrebbe farsi promotrice: costruire un modello inclusivo e pluralista. Vogliamo una sinistra da poter votare, vogliamo credere che la sinistra, quella vera, quella alternativa al renzismo, possa essere “di governo”. Non abbiamo bisogno di radicalismi e settarismi. La politica è per sua natura dialettica fra le parti. Ecco, la sinistra deve dialogare. Questo è l’imperativo principale, la ricerca del confronto, elemento distintivo di una forza politica contrapposta alle destre e ai populismi. “L’ esperienza di verità si dà solo nel dialogo, in quella dialettica di domanda e risposta che alimenta il movimento circolare della comprensione”, sosteneva Gadamer, filosofo ermeneutico; ed è a ciò che la politica deve assurgere: un terreno di confronto all’interno del quale rintracciare una verità, ossia un punto di incontro dal quale ripartire, tutti insieme.

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