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Sinistra, il Pensiero Lungo e l’ innovazione culturale #4

Un Futuro in cui poter credere

Quale modello di sistema sociale perseguire?

Per superare questa crisi, che é economica, morale e culturale, serve il coraggio di superare gli schemi precostituiti, serve impegno quotidiano, tanta voglia di studiare e la possibilità di mettere in campo competenze. Le competenze servono a generare buone idee, che sono il principale motore di un cambiamento. Come fare per mettere da parte quel livore sociale, che monta ogni giorno nei contrasti e nelle contraddizioni di una società in crisi, se non con la condivisione di idee?

Nel 2015 le buone idee sono come dei figli da lasciare adottare, senza l’ansia o l’obbligo di doverne rivendicare la paternità. Le buone idee sono macchie d’olio pronte ad estendersi e a dilagare, che non dobbiamo cercare di controllare ma che dobbiamo provare ad accompagnare attraverso la condivisione. Perché questo avvenga dobbiamo tornare a credere nel prossimo, a credere di poter condividere davvero. Siamo abituati a condividere ogni giorno, sui social network che sono diventati, di fatto, realtà 2.0, in cui reti umane, socialità e condivisione hanno preso accezioni che non immaginavamo possibili fino a pochi anni fa. Il consenso del prossimo è diventato vitale nella percezione di noi stessi, gli altri sono parte integrante della nostra soddisfazione. Condivisione e contaminazione, questa sono le parole chiave che raccontano meglio le evoluzioni questa epoca. Sharing Economy ma anche sharing culture, informations , sharing ideas, knowledge, emotions. Condividere per recuperare un pieno senso di comunità, basato sulla sussidiarietà orizzontale e la collaborazione tra individui. Dobbiamo dare vita ad una forza politica che voglia davvero cambiare i parametri di valutazione della qualità dell’esistenza dell’individuo, che non perda mai di vista il fattore umano, che è valore aggiunto, prima di tutto. L’Economia collaborativa è diventata una piattaforma di interazione logica in un mondo in perenne “condivisione”, di sicuro è molto utile per generare “buone prassi” amministrative, ma da sola non è sufficiente a creare i presupporti per uno sviluppo sostenibile di medio e lungo termine. E molte forze politiche “alternative”, in tutto il mondo, stanno strutturando proposte partendo da questa filosofia amministrativa. Per individuare un sistema sociale perseguibile una forza politica non può tener da parte una dottrina socioeconomica di riferimento. Dando per assunto che le dottrine novecentesche non rappresentano una soluzione utile ai problemi contemporanei, possiamo verificare come la risposta a questa necessità imprescindibile, negli esempi di nuove sinistre internazionali sia la dottrina post-keynesiana, riportata al centro del dibattito mondiale con le proposte del movimento internazionale “Occupy”. La dottrina riporta grande enfasi sulle politiche favorevoli ai lavoratori e alla redistribuzione. In qualsiasi senso di scelga di declinare le politiche post-keynesiane è fondamentale dare rilievo dato alla distribuzione del reddito, come strumento per raggiungere la piena occupazione. In un sistema economico ideale con disoccupazione. Secondo Keynes si può risolvere questo problema con “la spesa pubblica”. Chiaramente di fronte ai vincoli di bilancio e al debito pubblico insostenibile a questo andrà affiancata, in una posizione più o meno preminente, la redistribuzione del reddito. Il modo per lo Stato di intervenire sulla distribuzione del reddito è quello di agire con la leva fiscale. Tassando, ad esempio, maggiormente “i profitti” e rispetto ai salari, oppure intervenendo con un’imposta su una parte dei profitti e spendendola sotto forma di strumenti di welfare attivo, oppure dando una serie di aumenti diretti ai lavoratori che così aumentano i loro redditi e perciò i consumi. La leva fiscale è sempre vista istintivamente come uno strumento tecnico: tutti paghiamo una percentuale, lo Stato preleva questi soldi e li restituisce ai cittadini sotto forma dei servizi necessari. Posta in questa chiave, però, lo Stato appare come prettamente assistenziale.  Uno Stato che deve soltanto “assisterci” per vivere meglio.  In realtà, in chiave post-keynesiana, la leva fiscale è uno strumento che consente alla Politica di cambiare le cose attraverso la redistribuzione del reddito. Oltre a rispondere a criteri di Equità Sociale, può raggiungere un effetto positivo nell’economia facendo aumentare il benessere diffuso tra le “famiglie” e quindi domanda di merci, creando i presupposti per venderle. In questo modo le stesse “imprese” anche avendo una diminuzione dei profitti nell’immediato, avranno la garanzia di vendere le merci, di continuare ad espandersi, di continuare a produrre e proporzionalmente di aumentare il potenziale dei profitti nel lungo termine.  L’eterodossia post-keynesiana può essere l’ampio recinto in cui maturare processi di sintesi di percorsi amministrativi, di progetti a breve, a medio e a lungo termine che si adattino alle singole necessità territoriali. Che tengano conto dei rapidi mutamenti sociali e che vadano in un’unica direzione di modello economico. Linee guida socio-economiche che non fungano da classici “dogmi” ideologici, bensì che accompagnino e indirizzino l’azione di una forza politica evoluta, che abbia le idee chiare e contestualmente una prontezza di riflessi nel comprendere ed aderire ai mutamenti della società. Attraverso nuove domande, nuove richieste e nuove risposte provenienti dall’evoluzione del tessuto sociale. In questo quadro socio-economico, la nuova forza politica deve strutturare le proprie ipotesi e i propri “pensieri lunghi” da perseguire. [continua]

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