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Siria: la guerra per procura non basta più

La sinistra non può accontentarsi di pronunciare i soliti appelli al cessate il fuoco, al dialogo e al coinvolgimento delle Nazioni Unite.

 

L’attacco sferrato la scorsa notte dalla marina militare statunitense alla base aerea di Shayrat rappresenta un’indubbia accelerazione nella dinamica bellica in atto da ormai sei anni in Siria. Alle élite statunitensi non basta più la guerra per procura innescata anni fa con il tentativo da parte delle potenze occidentali e dei loro alleati sauditi di giocarsi l’estremismo jihadista contro il Presidente legittimo Bashar Al Assad. Una scommessa non nuova, quella che le potenze occidentali hanno fatto sulle capacità destabilizzatrici delle organizzazioni jihadiste, che ripete uno schema già attuato a più riprese dagli USA contro la Russia già a partire dalla guerra del 1979 in Afghanistan. Questa volta però qualcosa è andato storto, almeno da quando l’intervento diretto nel campo di battaglia dell’esercito russo, pienamente legale in quanto richiesto esplicitamente dal Governo legittimo della Siria, ha determinato il progressivo arretramento dei “ribelli” (simpatico eufemismo con cui i giornali del mainstream occidentali usano coprire i cartelli del terrore islamista come Al Qaeda, Al Nusra e Isis) e la graduale riconquista, da parte delle forze armate regolari agli ordini del legittimo governo siriano, di ampie fette di territorio nazionale. Il composito fronte anti-terrorista guidato da Putin e Assad, di fatto, sta riuscendo nel suo obiettivo di bonificare la Siria dalla presenza jihadista e di ristabilire un ordine basato sulla piena sovranità del potere legittimo e sulla integrità territoriale del Paese. La sconfitta dell’Isis, in sostanza, sarebbe la sconfitta di chi sull’Isis ha scommesso per spodestare Assad e spacchettare la Siria.

Come è noto, in quell’area si intrecciano interessi di varia natura e naturalmente configgenti delle potenze mondiali e regionali. In Siria permane ancora oggi l’ultima base militare russa nel Mar Mediterraneo, a cui Putin non può rinunciare se vuole davvero ricostruire una presenza forte del suo Paese nel cuore dei rapporti di potenza internazionali e che invece gli USA avrebbero ovviamente interesse a rimuovere al fine di indebolire l’antagonista; la Siria è un prezioso alleato per l’Iran e allo stesso tempo un acerrimo nemico per Israele, Turchia e Arabia Saudita; in più quello di Assad è l’ultimo esemplare di un governo di impronta baathista, ovvero di un governo guidato dal partito laico del socialismo panarabo ormai pressoché scomparso in seguito alla crescente islamizzazione delle istituzioni nei paesi arabi, particolarmente favorita –ormai è opinione largamente diffusa- dall’iniziativa occidentale nella regione.
L’escalation di questi giorni si spiega a partire da questi dati di fatto già noti, ma anche con uno nuovo: l’attentato di San Pietroburgo. Quell’evento criminale, di cui si va confermando la matrice islamista e che pure in Occidente si è incredibilmente cercato di minimizzare se non addirittura di attribuire alla mente criminale del cattivissimo Presidente Putin, avrebbe sicuramente legittimato -sia all’interno sia presso l’opinione pubblica nostrana- l’intensificazione dell’iniziativa militare russa in Siria. Arrivati a quel punto, sarebbe stato quasi impossibile impedire la sconfitta definitiva dei jihadisti in Siria e il ripristino delle prerogative governative su tutto il territorio nazionale. Una catastrofe per le élite occidentali.

Con una puntualità mirabile, nei giorni immediatamente successivi all’attentato – proprio mentre noi ci chiedevamo come mai i giornali, i social network e le televisioni non fossero pieni in quei giorni di appelli alla preghiera per le vittime innocenti della metro di San Pietroburgo e qualcuno si interrogava sulle conseguenze interne e esterne che quell’evento avrebbe avuto sull’atteggiamento del Governo russo – inizia il battage mediatico e diplomatico sulla strage di bambini uccisi dai gas tossici a Idlib. Tutti, in Occidente, si affrettano a attribuire la responsabilità ad Assad. Nonostante tutte le armi chimiche in possesso dell’esercito siriano fossero state portate via dalla Siria, sotto sorveglianza internazionale, nel 2014; nonostante ancora non si conoscano ancora i risultati dell’inchiesta dell’ONU; nonostante non vi fosse alcun motivo politicamente credibile per cui Assad avrebbe avuto interesse a gasare i suoi concittadini, specialmente in una fase a lui favorevole della guerra; nonostante le tante incongruenze sulla ricostruzione dei fatti a opera del fantomatico “Osservatorio sulla Siria”, inesistente organizzazione costituita da un avversario politico di Assad che ha sede a Londra e che non risulta avere uomini sul campo; nonostante i governi di Russia e Siria avessero smentito la versione in voga sulla stampa occidentale e condannato qualsiasi utilizzo di armi chimiche. Nel frattempo ovviamente si tace della carneficina che gli usa hanno operato nei giorni scorsi a Mosul e di quella che l’Arabia Saudita porta avanti da anni nello Yemen per reprimere una rivoluzione di stampo sciita. Il resto è la cronaca a tutti nota della notte scorsa: un attacco illegale ai danni di uno Stato sovrano, una provocazione inaccettabile nei confronti della Russia, un grosso favore all’Isis.

Non sappiamo prevedere gli sviluppi che saranno determinati dal lavorìo diplomatico in corso in queste ore e dall’evoluzione della situazione concreta nei campi di battaglia, ma sarebbe certamente opportuno aprire una riflessione, anche a sinistra, su quale sia il nostro posto nel mondo e con quali categorie pensiamo la politica internazionale. Perché se è certo che l’orientamento della politica estera della Presidenza Trump non è quello su cui ingenuamente qualcuno aveva sperato, e se è certo che l’Europa non riesce oggi a esercitare un ruolo pace, è altrettanto vero che la sinistra non può accontentarsi di pronunciare i soliti appelli al cessate il fuoco, al dialogo e al coinvolgimento delle Nazioni Unite. La sinistra ha bisogno di interrogarsi sulle categorie con le quali interpreta gli scenari globali e sulla propria collocazione internazionale: cioè su quali siano gli interlocutori, i soggetti, le forze in campo con cui costruire una strategia transnazionale per la pace, la giustizia sociale e il contrasto alle tendenze bellicose del capitalismo declinante. Consapevoli che tali interlocutori potranno difficilmente essere trovati tra coloro i quali oggi sostengono tanto l’attacco di Trump alla Siria, giustificandolo con la solita retorica umanitaria che da decenni copre le iniziative dell’imperialismo occidentale, quanto lo squallido gioco al massacro delle potenze occidentali che, per perseguire gli interessi loro e degli alleati sauditi, sono disposti a giocarsi persino la barbarie fascio-terrorista dell’ISIS contro governi legittimi, contro stati sovrani e contro il solito vecchio spauracchio russo. Ciò di cui invece c’è bisogno è una forza che si assuma l’onere di contribuire a costruire un ordine multipolare duraturo, per il quale è imprescindibile riconoscere il ruolo geopolitico che meritano grandi Paesi come Russia e Cina oltre a importanti potenze regionali come l’Iran. Per farlo, l’Occidente deve rompere il rapporto che le tiene legate a doppio filo con le petro-monarchie sunnite del Golfo e cessare la sua condizione di subalternità rispetto alle aspirazioni coloniali Israele, che pure ha in questo quadro intricato ha la sua bella parte di responsabilità.

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