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SOCIALISTA, MA CHE BELLA PAROLA (CHE ERA)

Dall'archivio di EsseBlog

di: Alessandro Gilioli,

25 Febbraio 2016

Categorie: Archivio

Una sera d’estate di un paio d’anni fa, a cena con gente di svariate età, il mio amico Capriccioli mi chiese perché non facevo qualcosa con il Partito Radicale, a cui lui era iscritto. Gli risposi che non avrei potuto: «Io sono socialista, Ale». Ricordo i volti sgomenti e pure un po’ indignati dei ragazzi più giovani, fra i presenti: avevano capito che ero un fan di Craxi, Martelli e De Michelis.

L’episodio mi è tornato in mente leggendo l’Amaca di Michele Serra di ieri, su cui ho già un po’ discusso su Facebook e che riporto, interamente, in calce.

Non mi interessa tanto chiosare sulla «modesta caratura culturale di parecchi eletti del M5S», che purtroppo mi pare abbastanza indubbia e non solo per i Pino Chet o le sirene. Mi interessa invece discutere delle cause che hanno portato alla trasformazione della parola socialista, che Serra attribuisce in massima parte alle «battute di Grillo» e a quella che chiama «ininterrotta ciancia internautica».

E qui lo seguo poco, diciamo.

Perché se socialista è diventato una parolaccia lo dobbiamo a chi di quel termine si è indebitamente appropriato, facendone appunto molto altro: cioè un sinonimo di ruberia, rampantismo, opportunismo, scalata del potere. Nel migliore dei casi, “guida alle 250 discoteche più trendy”.

Insomma, parliamo dei ladri di parole: pessima razza, nemici d’Italia.

Chi ha vissuto nella Milano degli anni ‘80 – e Serra è tra questi – se li dovrebbe ricordare tutti, uno per uno: dal sindaco Pillitteri a Schemmari, da Armanini a Chiesa. E non mancavano anche fuori città, altroché: da Manca a Di Donato, da Formica a Teardo, da Boniver a Cicchitto (sì, quello di adesso), da Mauro Del Bue a Giusi La Ganga entrambi a tutt’oggi amministratori locali per il Psi, il primo nel Nuovo Psi e il secondo nel Pd), da Ugo Intini fino a Claudio Signorile, già riconosciuto leader della ’sinistra ferroviaria’ per via delle mani in pasta su ogni appalto.

Sono loro che hanno fatto di socialista una parolaccia, temo, assai più della «ciancia internautica».

Su cui forse peraltro andrebbe fatto un discorso a parte: dato che tutti i contenuti oggi fanno parte delle conversazioni on line – quindi di questa «ciancia» – compresi gli articoli di Serra; dato che forse la questione vera è nella selezione consapevole e nella verifica critica dei contenuti a cui accediamo, più che in un anatema generico e generalizzante; e dato infine che proprio grazie alla Rete oggi chiunque può sapere tutto, se vuole, sulla storia migliore dei socialisti, da Turati a Matteotti, direttamente dal suo computer o telefonino.

A proposito: mi viene in mente mia nonna, socialista da sempre, morta proprio negli anni di Mani Pulite.

Era cresciuta nel mito di Turati: in cantina trovammo perfino un suo piccolo ritratto, oggi appeso in casa mia. E quando una persona aveva un volto che le ispirava fiducia, usava l’espressione: «ha una bella faccia da socialista».

Non si capacitava di quello che stava succedendo, al suo partito, nei suoi ultimi anni di vita: gli ultimi della nonna, ma anche del partito. Non voleva nemmeno saperne niente e quando ne arrestavano un esponente, cambiava canale.

Era silenziosamente furiosa.

Ah, non mi risulta fosse immersa nella «ciancia internautica»

______________

L’Amaca di Michele Serra di ieri:

La modesta caratura culturale di parecchi eletti delle Cinque Stelle può essere giudicata con indulgenza (sono attenuanti la giovane età e il reclutamento “dal basso”) fino a che non diventa oltraggiosa. È il caso della richiesta, inoltrata alla Commissione cultura della Camera, di cancellare l’attributo “socialista” per Giacomo Matteotti e Giuseppe Di Vagno, entrambi assassinati dai fascisti; rimpiazzando la parola “socialismo” con la ridicola perifrasi “cultura sociale, economica, ambientale”.

Immagino che l’incauto ideatore di questa scemenza censoria creda che “socialista” voglia dire “ladro”, come nelle battute di Grillo, e niente sappia della potenza liberatoria che quella parola e quel movimento hanno avuto per generazioni di povera gente. Per saperlo, del resto, bisogna avere letto un paio di libri e avere curiosità del passato, magari sollevando la testa dalla ininterrotta ciancia internautica che alla lunga inebetisce e inganna. Sarebbe molto bello che il M5S, in qualcuna delle sue misteriose forme di comunicazione verso il resto del mondo, chiedesse scusa per una così imbarazzante sortita. Distinguendosi così da un Razzi qualunque.

Leggi anche sull’Espresso

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