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Trump e il referendum

due eventi sulla stessa linea temporale

Convinto come sono che le questioni che attengono alla politica, alla cultura e, in ultima analisi, alla storia siano interconnesse e non relegabili in un astratto iperuranio, propongo una breve riflessione su due questioni apparentemente distinte e autonome, ma in realtà fra loro profondamente connesse: l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti e la prossima scadenza relativa al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Non è mia intenzione proporre un’analisi particolareggiata dell’evento che ha impressionato, sorpreso e anche giustamente spaventato il mondo: l’elezione di Donald Trump appunto. Mi limito ad osservare come, ad un esame meno disattento della situazione e a differenza di ciò che è accaduto, questa elezione doveva essere considerata un’eventualità tutt’altro che remota. Per quale ragione? Per la ragione semplice che in tutto l’Occidente, compresi gli Stati Uniti, anzi proprio a partire dagli Stati Uniti, il processo di ristrutturazione capitalistica, posto in essere all’interno della crisi che ha sconvolto le dinamiche del liberismo globalizzato, ha prodotto delle conseguenze inevitabili. In estrema sintesi queste conseguenze sono riassumibili in un processo massiccio di proletarizzazione del ceto medio e di impoverimento progressivo delle classi lavoratrici.
Come la storia insegna, sempre, a simili eventi corrisponde una svolta a destra negli assetti culturali e di opinione di tutti coloro i quali entrano in sofferenza. L’ansia semplificatrice, la ricerca dell’uomo solo al comando, del capo che sappia rovesciare la situazione con modalità palingenetiche finiscono per dominare le scelte elettorali e quelle di vita. Per questo, in buona sostanza, un personaggio a prima vista improbabile e caricaturale come Trump è stato eletto. Perché ha saputo dare corpo ad una risposta semplificatrice, protezionista, razzista, autarchica, nazionalista. Checché ne dicano i detrattori della dicotomia destra sinistra: una risposta populista e di destra.

Per quanto riguarda le nostre vicende nazionali e in particolare la scadenza del referendum, non è chi non veda come fra le ragioni che hanno ispirato questa ed altre riforme, esista la precisa volontà di restringere gli ambiti della democrazia e di togliere di mezzo tutto ciò che è di ostacolo ad una gestione iperliberista dell’economia e del sistema delle protezioni sociali. A ben guardare cose che hanno molto a che vedere con la politica e le ragioni fondative, ribadisco “di destra”, del successo di Trump.
Chi volesse qualche riscontro più di dettagliato a questa impostazione che è di carattere non solo sovra-nazionale ma addirittura sovra-europeo, dovrebbe riflettere sulle vicende di un’importantissima società finanziaria, la JP Morgan. Il 28 maggio 2013 la banca Jp Morgan pubblica un rapporto in cui afferma la necessità di intervenire politicamente presso gli Stati del Sud Europa per imporre ai governi riforme strutturali improntate all’austerity. Già questa sarebbe un’ingerenza gravissima, ma ancora più insopportabile è la pretesa di definire le Costituzioni adottate in questi paesi dopo la caduta del fascismo, in Italia in particolare, come «inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea», in quanto caratterizzate da una «forte influenza delle idee socialiste», per cui i sistemi costituzionali presentano «esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali nei confronti dei diritti dei lavoratori».
Se si pensa all’impianto generale della riforma costituzionale che ci viene proposta, ben si capisce come gli obiettivi che si pone sono esattamente quelli indicati dalla JP Morgan: rafforzare il governo del premier nei confronti del parlamento e delle Regioni, aggirare il fastidioso impaccio delle elezioni popolari dei senatori, sostituendolo con l’istituzione di una senato sbilenco composto da sindaci, consiglieri regionali e nominati da Presidente della Repubblica a mezzo servizio, eletti per un scopo e chiamati ad assolverne un altro. Mi limito a questo rilievo di fondo, senza aggiungere commenti su tratti fondamentali della legge, tipo l’esilarante articolo 70, che la rendono per lunghi tratti e involontariamente comica. Ma non comica per modo di dire, ma proprio comica veramente, come ha efficacemente dimostrato la recente lettura di esso da parte di un noto attore italiano al teatro Vittoria di Roma, capace di suscitare l’ilarità generale.

Concludo questa nota, volutamente breve e non analitica, con la constatazione ovvia che Trump ormai è stato eletto e non c’è più niente da fare, né a casa sua, né tantomeno da noi. Ma il Referendum, per fortuna, ancora si deve celebrare. C’è ancora tempo per convincere gli incerti a votare NO. Ed è un dovere civico farlo. Diremmo che si tratta di una questione di vita e di morte. Per due motivi sostanziali. Il primo è difendere la nostra costituzione. Una delle non molte cose buone di questo paese (a parte le sue bellezze naturali e i tesori della sua arte, per altro maltrattati entrambi). Il secondo, ma non secondario, è dimostrare che gli italiani non sono disposti a prendere ordini dai banchieri attraverso l’intermediazione di Renzi e del suo governo.

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