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Tsipras chi? Viaggio al termine della notte europea

La sinistra di Alexis Tsipras

di: giulio di donato,

2 marzo 2016

Categorie: Archivio

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro di Alexis Tsipras e di Syriza. Uno spettro che spaventa la tecnocrazia europea e minaccia di rompere il dominio neoliberista per aprire una fase nuova in Grecia come in Europa.

Ma chi è Alexis Tsipras, leader del partito greco Syriza e candidato della sinistra europea alla Presidenza della Commissione europea? E quale storia ci racconta? Provano a rispondere Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena con il loro ultimo lavoro, “Tsipras chi? Il leader greco che vuole rifare l’Europa, in uscita il 16 aprile per le edizioni Alegre.

A dispetto del titolo, non si tratta di una biografia a tinte apologetiche; più che il ritratto del giovane leader della sinistra ellenica è il ritratto di una grande impresa collettiva, quella che ha portato una sinistra frammentata e divisa in tante piccole fazioni a ricomporsi dentro una nuova formazione politica, Syriza, che oggi sfiora il 30% dei consensi. E la parabola umana e politica di Alexis Tsipras finisce quasi per sfumare e confondersi con il percorso, ben documentato e approfondito nel libro, che ha portato alla nascita e al successo dell’operazione Syriza. Ma nessun torto viene fatto al giovane Tsipras: ben si capisce che il suo volto e la sua storia sono il volto e la storia di Syriza.

Il racconto comincia col giovane Alexis che appena sbarcato in Italia per partecipare alle mobilitazioni contro il G8 di Genova, viene subito respinto a suon di botte e manganellate per essere rispedito in Grecia. Un primo assaggio di quell’Europa cinica e repressiva di cui oggi è il più temuto avversario; un episodio che ha segnato fortemente il percorso politico del giovane Tsipras. “Quell’espulsione – confessa Tsipras nell’intervista iniziale agli autori – sortì l’effetto opposto: mi intestardì. (…) quella stagione dei movimenti ha dato freschezza e nuova linfa alla sinistra radicale e ha lasciato segni importanti nella nostra generazione.”

Giovane militante prima del Kke, partito comunista fortemente identitario e settario, poi del più aperto e plurale Synaspismos, “Coalizione della Sinistra, dei Movimenti e dell’Ecologia”, Tsipras è tra i primi “a capire l’importanza delle mobilitazioni dal basso nei processi di trasformazione della società e soprattutto della sinistra”. La sua maturazione politica avviene, quindi, all’interno dei movimenti contro la globalizzazione neoliberista; all’epoca delle proteste contro il Consiglio di Salonicco del giugno 2004, il Synaspismos e lo stesso Tsipras si ritagliano una bella fetta di visibilità dentro la mobilitazione dei Social Forum.

Un comune debito verso quelle esperienze accomuna Tsipras e Syriza: sarà infatti il terreno dei movimenti e delle lotte sociali (movimento No Global, contro la guerra in Kosovo, lotta contro le privatizzazioni e per i diritti sociali e civili) a fornire elementi per un lavoro comune alle varie fazioni della sinistra radicale. Si forma così lo “Spazio di dialogo e di azione comune della sinistra”, una rete fra le varie organizzazioni che “rappresenterà di fatto l’embrione di quel che diventerà Syriza nel 2004”. Non “un’operazione politicista o dall’alto, – scrivono gli autori – ma un soggetto nato dal basso dopo anni di insediamento sociale, terreno comune di azione e battaglie civili condivise: Syriza, fin dall’inizio, è formata oltre che da organizzazioni di sinistra anche da singole persone o attivisti senza tessere. “

Unità delle forze di sinistra fuori da ogni tipo di rapporto elettorale con un Pasok (i socialisti) in piena degenerazione, forte protagonismo all’interno delle lotte sociali, e una chiara vocazione maggioritaria: questi i punti chiave della nuova Syriza.

Fin dall’inizio, quindi, ha prevalso all’interno della nuova formazione una vocazione maggioritaria, l’ambizione di guadagnare il più ampio consenso possibile, prefigurandosi come soggetto di massa che fosse insieme – per usare una vecchia terminologia – di lotta e di governo. Il tema del governo, dunque. A questo proposito, il monito di Tsipras è chiaro: “una cosa è vincere le elezioni, altra avere il reale potere: alla gente non chiediamo solo il voto, ma di camminare insieme per attuare l’auspicato cambiamento e per varare politiche di uguaglianze sociale. (..) La nostra esperienza di governo avrà come epicentro i movimenti perché senza il sostegno delle persone non potrebbero mettere in pratica le nostre idee”. Insomma, chiamare il popolo greco ad una mobilitazione permanente che sostenga e sospinga verso continui avanzamenti le necessarie politiche di rottura e di vera alternativa, che propizi rapporti di forza sempre più favorevoli e, perchè no, protegga quelle riforme dal pericolo ricorrente del cosiddetto “sovversivismo” delle classi dominanti.

Al congresso del 2013, Syriza, da “Coalizione della sinistra radicale”, diventa partito. I punti cardine restano gli stessi: l’unità delle sinistre, il no ai memorandum e alle politiche di austerità. Le parole d’ordine e i valori di riferimento sono quelli della tradizione del movimento operaio, assieme alle questioni che sono sorte al di fuori del movimento operaio stesso (ambientalismo, femminismo). Syriza si definisce una “forza antagonista ai rapporti capitalistici di sfruttamento, oppressione e alienazione, organizza l’azione sociale e politica sulla base delle contraddizioni sociali e lotta per l’emancipazione sociale”, che vuole rappresentare “il mondo politico del lavoro, dei lavoratori autonomi, dei contadini, dei giovani, l’intellighenzia progressista e della creazione artistica, tutti coloro che soffrono sfruttamento e oppressione.” L’orizzonte resta il socialismo, pur declinato in termini non dogmatici, più come sviluppo di alcune domande che come modello già bello e pronto per essere applicato; l’ambizione dello stesso Tsipras è quella di “sperimentare un modello di governo e di società alternativa per ridefinirne il senso”. Questa chiara e precisa scelta di campo però non ha mai prevalso sulla capacità di “farsi accoglienti e di ascoltare la società.” E il linguaggio è sempre stato tutto centrato su temi e problemi concreti, per relazionarsi con tutti coloro che sono colpiti dagli effetti della crisi, promettendo un cambiamento insieme possibile e radicale.

Ma quali sono gli ingredienti del successo di Syriza, per come emergono dalla lettura del libro?

E’ lo stesso Tsipras a fornire suggerimenti: “La coincidenza della crisi ha svolto un ruolo del 30 per cento, un altro 30 è rappresentato dalla nostra costante presenza nella vita politica del paese, al fianco dei movimenti, nella protesta della gente, in mezzo alle lotte, con pazienza e attenzione. Infine l’ultimo 30 per cento deriva dall’aver puntato da sempre sull’unità della sinistra.”

Oltre all’unità della sinistra, c’è comunque la coerenza delle scelte: “Si decise per l’opposizione intransigente a tutti i livelli e la si è portata avanti fino ad oggi”. “Un’opposizione credibile – quella di Syriza, sottolineano gli autori – che si vanta di non essersi mai compromessa col Pasok e si mostra radicata nei movimenti”. E quando il Pasok è imploso, Syriza si è imposta come l’opzione giusta per gran parte del suo elettorato in fuga.

Negli anni Syriza cresce perché rappresenta il voto “utile” di rottura col sistema. Una forza che intende rompere quei vincoli che oggi inchiodano una politica immobilizzata prima dalla globalizzazione neoliberista, poi dal pilota automatico messo in moto dalla tecnocrazia europea. Una lezione valida per tutte le sinistre europee: non c’è altra strada infatti da cui ripartire che quella di spezzare il vincolo delle compatibilità date.

Si è già scritto poi del protagonismo all’interno del conflitto sociale, altro elemento chiave del successo di Syriza: a partire dal 2008, anno d’inizio della crisi e di una rivolta sociale e generazionale senza precedenti, Syriza, “fedele alla sua breve storia”, ha continuato a relazionarsi e contaminarsi coi movimenti, anche con le frange più radicali. “Con tutte le contraddizioni del caso siamo stati in quelle manifestazioni a portare le nostre ragioni, fungendo da diga all’avanzata dell’estrema destra e del populismo”, raccontano nel libro alcuni esponenti di Syriza. “Lo sforzo della sinistra greca – proseguono gli autori – è stato quello di rimanere in contatto diretto con le lotte, con i movimenti del territorio, con il proprio popolo di riferimento (i lavoratori, i disoccupati, gli studenti) accettando le molte contraddizioni della protesta, con pazienza, senza pretese egemoniche e senza verità in tasca.”

Ultimo fattore di successo, la scelta di affidarsi ad Alexis Tsipras, espressione di una generazione nuova, volto brillante e carismatico che ha offerto un’immagine “nuova, diversa e più fruibile della sinistra.” E qui va dato merito alla vecchia dirigenza di Syriza che ha creduto in Tsipras per dare una svolta generazionale a un sistema politico vetusto.

Certo, i rischi non mancano, e il libro individua alcuni elementi di possibile debolezza. Innanzitutto, il rischio di una deriva leaderistica che mortifichi il dibattito interno al partito. Secondo, il pericolo per Syriza, quanto mai concreto in un partito di quelle dimensioni, di snaturarsi e normalizzarsi in partito “pigliatutto”. Infine, la prova del governo, che rischia di aprire tensioni e divisioni fra un’area più gradualista e/o moderata ed una più radicale e massimalista.

Gli autori, comunque, non dimenticano il contesto entro cui è nata e cresciuta Syriza. Quello di una catastrofe sociale e umanitaria che nel libro viene raccontato in tutta la sua durezza e drammaticità. Le macerie sociali e politiche di una Grecia alle prese, tra le altre cose, con la crescita impetuosa di Alba Dorata, un partito neonazista capace in questi anni di orientare la disperazione e la rabbia sociale non verso i responsabili dell’austerity e contro la classe dominante ma contro i deboli, quasi sempre gli immigrati.

Molto abilmente vengono sfatati quei luoghi comuni che ci hanno raccontato la Grecia come il nuovo Paese dei balocchi, un popolo di pigri abituato a vivere a spese dei laboriosi europei: quale miglior premessa questa – ne deducono gli autori – per convincere della necessità di quelle misure draconiane che hanno portato la Grecia al massacro sociale? La verità, scrivono i due giovani giornalisti, è che la crisi greca si è “sviluppata non tanto per colpa dei greci stessi – un Paese arretrato, statalista, piagato dalle clientele e, il passo è breve, “fannulloni” – quanto perché, su quel Paese, si è provato a fare un esperimento su piccola scala di quanto i grandi centri politici e finanziari immaginano di fare nel resto d’Europa. Colpevolizzare un popolo, imporgli misure di austerità e per pagarle fare a pezzi lo stato sociale e i diritti conquistati dal Dopoguerra in poi. Un nuovo modello gestionale”. Non c’è dubbio, quindi, che la Grecia sia stata usata come una cavia per vedere quanto un popolo può reggere alle politiche di austerità. Senza peraltro che nessuno degli obiettivi che i governanti della Ue si proponevano venisse raggiunto (il debito greco a causa di queste politiche è enormemente aumentato anziché diminuire). Insomma, null’altro che un mezzo, per un capitalismo in grave crisi per ristrutturarsi colpendo duramente il mondo del lavoro e procedendo a colpi di nuove liberalizzazioni e privatizzazioni.

Ma i problemi veri della Grecia erano e sono altri: la corruzione, l’evasione fiscale, e quelle sacche di privilegi che si sono ingrossate grazie ad una classe politica complice e compromessa. Tutte questioni però che alla Troika e alle larghe intese ora al governo in Grecia sembrano interessare ben poco. Oggi Syriza si oppone sia all’attuale governance europea, sia alle forze politiche che hanno malgovernato la Grecia, ponendosi come concreta alternativa a entrambe. Una volta al governo, intende rinegoziare il programma di austerity e l’intero pacchetto di politiche europee varato per fronteggiare la crisi; la sua ambizione è riformare radicalmente Trattati, ruolo della Bce, sistema istituzionale europeo, ristrutturare e tagliare il debito con una apposita conferenza, ma senza uscite dall’Euro e soprattutto dall’Europa. Il tutto insieme ad un nuovo New Deal di investimenti pubblici per finanziare lo sviluppo e il rilancio dell’occupazione. Per costruire un’altra Europa che metta al centro la redistribuzione delle ricchezze, la democrazia, e un diverso modello di sviluppo solidale e sostenibile dal punto di vista sociale ed ecologico. Sul fronte interno, c’è il rilancio e il potenziamento del welfare, la tutela dei beni comuni, una forte redistribuzione della ricchezza, la lotta dura all’evasione fiscale, alla corruzione e ai privilegi degli oligarchi greci (gli armatori in primis), il salario sociale contro precarietà e disoccupazione, un taglio drastico alle spese militari e la fuoriuscita dalla Nato. Insomma, tutta una serie di proposte “riformiste e rivoluzionarie” insieme che non si vogliono calate dall’alto, ma “condivise e sperimentate su larga scala”.

Già culla della civiltà, ora la Grecia sembra partorire una nuova speranza per l’Europa: i primi bagliori di una riscossa dei popoli europei contro la gabbia dell’austerity e del neoliberismo. Il volto di Tsipras rappresenta la spinta di riscatto popolare dall’arroganza, dalla prepotenza e dall’ottusità delle classi dominanti. Oggi la sua sfida è far uscire i popoli europei “dalla lunga notte del neoliberismo” per “far risplendere la luce della democrazia”.

“Per questo – chiudendo con le parole assai suggestive degli autori – oggi quel che avviene ad Atene accende le fantasie degli orfani. E, forse, anche i timori dei vincitori”.

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giulio di donato

Romano. Militante di base. A Sinistra, in direzione ostinata e contraria.

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