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UNA DOLCE MORTE

Mentre ancora non si sapeva l'età del minore, la solita litania

di: Carlo Crosato,

18 settembre 2016

Categorie: Diritti, Europa, Politica Estera, Salute, Società

Stavo pensando alla triste ironia che accompagna le dichiarazioni a caldo di Bagnasco, in merito all’evento belga, da tutti intitolato “eutanasia su un minore”. Si deve rispettare la sacralità della vita, dice il cardinale, anche quando questo richiede impegno sovrumano.

 

Fa sorridere amaro quello che ha affermato il presidente della CEI, perché ciò che è avvenuto in Belgio, secondo un protocollo estremamente rigido, grazie a una legge che prevede di estendere il diritto alla cosiddetta “dolce morte” (eu- in greco, in realtà, indica il “buono”) anche ai minori, a ben vedere è qualche cosa che, in maniera in poco dissimile a quanto lì avvenuto, è messo in opera in molti altri Paesi, almeno nel mondo che diciamo occidentale. Quando un malato terminale, qualsiasi sia la sua età, giunge a un punto in cui la medicina non può nulla, in cui il conforto dei cari diviene penoso per tutti, in cui la stessa sopravvivenza si è trasformata in una tortura, è molto diffusa la pratica del cosiddetto “accompagnamento”. Una pratica che consiste nel somministrare dosi progressivamente più massicce di sedativo, per accompagnare il malato terminale in un sonno in cui non sentirà il dolore del proprio corpo che si arrende, non più sostenuto dalle terapie. È così in moltissimi Paesi, e anche nell’oncologia dell’ospedale che abbiamo a pochi chilometri da casa, dove i fatti impongono che alla sospensione delle terapie il corpo muoia, e la pietà impone che il dolore di questo decadimento sia attenuato. In Belgio, l’unica differenza che mi pare esserci sta nel fatto che, anziché sospendere la terapia e accompagnare nel sonno, si sospende la terapia e si spegne il corpo. Se tutto ciò è vero (ma accolgo osservazioni da chi ha esperienze più dirette della mia), la sacralità della vita di cui parla Bagnasco – concetto di cui non nego l’importanza anche in ambito civile e laico, sebbene sarebbe meglio intendersi sul suo significato – non mi pare ricevere un trattamento poi così differente. La sacralità della vita è conservata se se ne rispetta la dignità: una dignità valorizzata con la promozione del soggetto, ma anche con la pietà.

E però la dichiarazione di Bagnasco appare in tutta la sua ironia anche per la tempistica con cui è giunta. Una tempistica che chiunque abbia seguito un TG avrà certamente notato. Mentre ancora non si sapeva l’età del minore in oggetto, non si sapeva di cosa soffrisse, non si conosceva nemmeno il suo nome, già ci si offriva ai microfoni con dichiarazioni di principio, incapaci di guardare a una concretezza di fatto del tutto ignota. Così, le parti più conservatrici della politica e Bagnasco a nome della CEI già proponevano con sicumera la solita litania della sacralità della vita, principio prezioso e indispensabile, ma che, come ogni principio, poi va vissuto con saggezza ed empatia, con comprensione, calandosi nella situazione, nella carne viva della realtà.
E poi ecco che, appena terminati i servizi, ancora piuttosto fumosi, sull’avvenimento belga, i TG si vedevano costretti a dare notizia delle tre morti sul lavoro nella sola giornata di ieri, una delle quali di un giovane sacrificato per la fretta con cui si sono trascurate le norme di sicurezza preferendo la norma del tempo che è denaro; alcuni TG, poi, avranno dato la notizia, ormai vecchia di un giorno, dell’operaio – ma meglio sarebbe dire: del padre di cinque figli – morto mentre difendeva quei diritti del lavoratore che, se riconosciuti e rispettati, forse permetterebbero a molti di sopravvivere all’occupazione grazie a cui portano il pane a casa. Terminate queste notizie, ancora, i TG completavano la loro mezz’ora proponendo le parole del Papa, il suo grido contro le morti nel Mediterraneo, ormai cimitero di uomini, barche e pesci, mentre l’Europa sta a discutere se abbia avuto ragione Renzi a disertare la conferenza stampa congiunta con Francia e Germania, o se invece ne sia stato escluso. Il Mediterraneo, come ogni muro naturale o artificiale, come ogni barriera fisica o di fatto: luoghi di morte, in cui si calpesta la vita, che resta tuttavia sacra.

Ma allora non si capisce di che cosa parli Bagnasco. La sacralità della vita, nozione forse troppo astratta, rimane comunque un principio importante per una convivenza civile che non voglia cadere nell’utilitarismo freddo e asettico dell’interesse. Ma all’utilitarismo non si può opporre un proceduralismo che, appunto, proceda dal principio alla realtà riservando cura alla sola rotonda verità del principio e trascurando la verità della realtà. La realtà concreta impone di riportare il principio con i piedi sulla terra, che spesso è polverosa e sporca, non così luccicante come l’iperuranio dei principi, ma che è pur sempre l’unica dimensione in cui ci sia dato vivere.
E questa realtà è composta da persone che chiedono aiuto, da persone che offrono il proprio tempo e altre che, invece, arraffano il necessario, l’utile e il superfluo. La realtà è composta da persone che tendono una mano per stringere quella di chi chiede aiuto. Ma siamo pur sempre uomini, e il sostegno che possiamo fornirci, a un certo punto, non basta più: sono i limiti delle parole, dell’empatia, della solidarietà, del sapere, anche medico. È in quel momento che il principio prezioso della sacralità della vita impone di riconoscere il limite degli strumenti che l’uomo ha saputo approntare per salvare se stesso nella vita terrena, ma anche il contemporaneo sollievo che può giungere da altri strumenti che l’uomo ha ideato per scivolare dolcemente via. La sacralità della vita impone di comprendere, ovvero di porsi nella situazione concreta. E rispettare la dignità della persona; dignità che sta esattamente nella non spendibilità della vita, qualsiasi sia il prezzo materiale, senza il consenso della persona: nell’essere un fine e non un mezzo per salvare il principio.

E invece una malintesa interpretazione del principio della sacralità della vita acceca e conduce a voler incatenare il malato terminale alla propria condizione, identificando la sua vita e la memoria che di lui si avrà alla malattia che l’ha spento. Ci si scaglia con sospetto e insensibilità su un fatto di cui non si sanno che le linee generali, ma in merito al quale si può ben sperare che si sia fatto tutto il possibile, per la vita e per maturare una scelta difficile e consapevole sulla morte; e si dimentica, contemporaneamente, ciò che ancora si può tentare con chi chiede, e può ancora sperare, di sopravvivere semplicemente superando un confine, semplicemente domandando diritti – che non sono altro che il corrispettivo civile del rispetto che la sacralità della vita richiede -, semplicemente sperando in un lavoro, in una progettualità, in una socialità, in un senso di umanità che non lo uccida, che non gli faccia perdere la vita, che è sacra.

Carlo Crosato

http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/index.php?s=crosato

Dottorando di ricerca in Filosofia politica. Collaboratore di Micromega: Il Rasoio Di Occam. Autore di: L'uguale dignità degli uomini (2013); e allora? (2014); Dialogare con il Solipsista (2015); Dal laicismo alla laicità (2016); Il non detto (2017).

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