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Una Storia Sbagliata

Storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale...

…Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale…

Una Storia Sbagliata – Fabrizio de Andrè

Così cantava De Andrè immortalando nelle sue strofe il significato più profondo della morte, e della vita, di Pasolini: una storia diversa, un fattaccio di cronaca nera che riguardava un frocio che adescava marchettari, per la gente “normale”; e una storia diversa, speciale, per chi era invece abituato a convivere con la diversità e l’alterità.

Non me ne vogliate se utilizzo questo incipit, brutalizzandolo nel cambio di contesto, per parlare di una vicenda molto più prosaica e terrena: quella della sinistra romana (e nazionale).
In quello che è ormai il vero “medium di massa”, Facebook, sono molteplici le reazioni all’esclusione di Fassina dalla competizione elettorale. E, come nella canzone di de andrè, si dividono in due atteggiamenti agli antipodi: da una parte gli ultrà, ristretta cerchia di addetti ai lavori, di corifei del complotto che catarticamente si auto-assolvono nell’ individuazione del nemico, interno o esterno che sia; dall’altra gli elettori, il popolo disperso e frantumato della sinistra, che assiste, ormai neanche più sbigottito, al consumarsi di quest’ennesima tragedia, che assume con il passare del tempo sempre più i toni della farsa.
Uno iato abissale, che non può essere più colmato da generosi sforzi volontaristici, da assunzioni di responsabilità individuali, che pure sono d’obbligo. Uno iato che allude alla necessità di ripensare la sinistra, di ripensarsi come corpi collettivi che agiscono non per auto-proclamazione, ma per rispondere alla contingenza dei bisogni dei molti con una prospettiva concreta di cambiamento. Assumere il vincolo di popolo come condizione ineludibile di qualsiasi ragionamento, anche quando il vincolo di popolo entra in conflitto con le ambizioni, magari anche legittime, di questo o quel dirigente. La storia romana questo ci deve insegnare: non è attraverso scorciatoie personalistiche che si ridà vigore e vitalità a un opzione altra e radicalmente irriducibile ai canoni della politica delle compatibilità. Perchè, bisogna dirlo chiaramente, il progetto politico romano, nonostante lo sforzo apprezzabile di Fassina, è rimasto circoscritto agli ambienti usuali, e sempre più residuali, della sinistra. Non si tratta di addossare responsabilità individuali, che pure ci sono, ma di prendere atto che c’è un inadeguatezza politica di fondo, che, in fin dei conti, è speculare al disastro organizzativo sulla presentazione delle liste.
Un inadeguatezza, questo è certo, che è anche quella di un gruppo dirigente passato attraverso le forche caudine di sonore e cocenti sconfitte. Anche qui, non si tratta di agitare la bandiera della rottamazione come panacea di tutti i mali, di sollevare una questione anagrafica, ma di promuovere un radicale rinnovamento delle pratiche che ci hanno condotto fin qui.

La partita romana ormai è persa, ma la nostra storia, la storia della sinistra, non è ancora conclusa, e evitare che gli si apponga il sigillo di “storia sbagliata” è nostro compito.

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