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Die Verrohung. L’abbrutimento

L'abbrutimento ai tempi del populismo: cosa sta succedendo?

di: Tommaso Bruni,

23 luglio 2018

Categorie: Filosofia Politica, Società

Quando mi sono trasferito a Bonn nel giugno del 2017, la mia attuale datrice di lavoro mi ha invitato fuori a cena e ha usato durante la conversazione, riferendosi alla situazione politica di quei giorni, una parola tedesca che probabilmente non dimenticherò, Verrohung, una parola che indica un processo di abbrutimento, attraverso il quale qualcosa diventa più brutale e “barbarico” (per usare una parola molto latina e italiana).
Ciò è precisamente quel che sta accadendo: un abbrutimento.

In tempi recenti, molte cose sono diventate più grezze, aspre, meno gentili. Ovviamente ciò si applica al lessico politico, ma anche al modo in cui siamo pronti a trattare gli altri (per esempio, farli morire in mare), alla legislazione (dove “tolleranza zero” è sempre più la parola d’ordine), alle relazioni di lavoro (contratti a tempo, “uno sbaglio e sei fuori”) e così via.
L’abbrutimento è l’opposto dell’imperativo cristiano di trattare il tuo prossimo come tu vorresti essere trattato e parimenti l’opposto del centrale valore buddista della karuna, la compassione. Secondo la maggior parte delle tradizioni di pensiero morale (religioso così come non-religioso) che sono state elaborate dall’umanità sino a questo punto nella storia, l’abbrutimento è immorale.
Stiamo assistendo a quello che la politologa tedesco-americana Hannah Arendt descrisse, riferendosi alla dittatura nazista in Germania, come “collasso morale” (Eichmann in Jerusalem, tradotto in italiano come La banalità del male).

 

Nel discorso politico, molti critici di questa tendenza hanno usato il termine “populismo” per cercare di descriverla, ma a mio modo di vedere questo termine è impreciso perché descrive solo una parte del fenomeno, cioè l’appello, come mezzo di giustificazione di scelte politiche, a un supposto “popolo” in cui non sono identificate differenze di classe o status.
Tuttavia in questo senso il “populismo” in Italia risale almeno ai quattro governi di Silvio Berlusconi. Inoltre, nel 2006 il filosofo e giornalista Paolo Flores d’Arcais ha parlato di “ventennio populista”, indicando così che il populismo in Italia era già cominciato nel 1986, quando il socialista Bettino Craxi (a detta di molti il padre politico di Berlusconi) era al potere e promuoveva un’ampia riforma costituzionale per tramutare l’Italia in una Repubblica presidenziale (cioè una Repubblica in cui il Presidente è a capo del ramo esecutivo dello Stato ed è eletto direttamente dalla cittadinanza).
Oggi praticamente ovunque nel mondo occidentale (con al momento le fortunate eccezioni di Canada, Portogallo e Spagna) ci troviamo faccia a faccia con una escalation globale dell’abbrutimento (di cui il populismo è uno dei molti aspetti).
La caratteristica centrale dell’abbrutimento è il collasso di valori morali che erano in precedenza rispettati quanto meno a livello retorico, ma altri punti meritano di esser menzionati.

L’abbrutimento include:

  • un’esplicita mancanza di rispetto verso i diritti delle minoranze (come per esempio i Rom e i Sinti), diritti costituzionalmente protetti nei paesi liberal-democratici;
  • un attacco alle istituzioni di garanzia, come corti costituzionali, magistrature indipendenti dall’esecutivo e la Presidenza della Repubblica in Paesi come l’Italia;
  • odio aperto verso immigranti che provengano da nazioni povere e in particolare contro i migranti islamici, probabilmente a causa delle conseguenze sociali degli attacchi terroristici effettuati da alcuni militanti islamisti in Occidente dal 1993 a oggi;
  • odio contro élites culturali, politiche ed economiche che sono viste come corrotte. Queste élites sono accusate di aver generato il processo di globalizzazione, del quale approfitterebbero a livello economico. Tuttavia il processo di abbrutimento è diretto da altre élites che stanno cercando di rimpiazzare le vecchie nei palazzi del potere proprio attraverso questo processo. La campagna personale contro Hillary R. Clinton nella campagna elettorale americana del 2016 (“Crooked Hillary!”, “Lock her up!” – Hillary truffatrice! Sbattetela dentro!) costituisce un buon esempio di questo fenomeno. Da questo punto di vista, il carattere anti-elitista dell’abbrutimento sembra essere ideologia e la sua sincerità non è affatto certa. Nei casi più estremi di abbrutimento, il sistema politico può in effetti diventare ciò che in tedesco è noto come Demokratur, una “democratura”, cioè un ibrido di democrazia e dittatura, e ovviamente poche cose (salvo una dittatura vera e propria) sono più elitiste di una democratura. Per questa ragione, occorre dubitare della retorica anti-elitista dei sostenitori dell’abbrutimento.

 

In questo breve saggio, vorrei brevemente esplorare una delle molte cause dell’abbrutimento e fornire almeno una ragione sulla base della quale i tentativi fatti dalla maggior parte dei critici dell’abbrutimento sono destinati a essere inefficaci.

 

In maniera piuttosto sorprendente, una delle cause principali dell’abbrutimento è abbastanza facile da individuare ed è rappresentata in modo chiaro da un grafico giustamente famoso, il cosiddetto grafico dell’elefante dell’economista serbo-americano Branko Milanović (lo trovate qui in forma originale).
Il grafico mostra la crescita dei redditi globali nel periodo che va dal 1988 al 2008 per percentili di reddito. Risulta molto chiaro anche solo a una prima occhiata che una parte della popolazione globale non ha beneficiato molto dalla cooperazione economica planetaria in quel ventennio.
I pochi sfortunati sono le persone intorno al settantacinquesimo – novantesimo percentile di reddito, cioè la classe lavoratrice (classi medio-basse) degli Stati che fanno parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), cioè le nazioni ad alto reddito.
Dal punto di vista globale, queste persone sono molto ricche, ma sono povere o nella media se si considera il reddito medio dei loro paesi di residenza. Quindi, gli strati medi e bassi delle società ad alto reddito hanno visto i loro redditi stagnare negli ultimi vent’anni, e dati più recenti mostrano che nulla di significativo per il grafico sia cambiato dal 2008 a oggi.
Per dire la stessa cosa altrimenti, l’ondata di globalizzazione che ha fatto seguito al crollo del muro di Berlino ha fatto meraviglie per le miserevoli masse dell’Asia e per i miliardari della California settentrionale, ma ha fatto relativamente poco per i lavoratori delle società occidentali, che ora sono comprensibilmente arrabbiati.
Perché si è avuto questo particolare movimento nella distribuzione dei redditi? Anche in questo caso c’è una risposta facile, veloce e abbastanza accurata: le politiche neoliberiste.
Il neoliberismo è una dottrina di politica economica che è basata sull’idea che un mercato libero sia il meccanismo sociale che funziona meglio nella stragrande maggioranza dei casi reali di allocazione di risorse.
Il neoliberismo potrebbe anche essere descritto come fondamentalismo di mercato. Il suo obiettivo è privatizzare i servizi pubblici come le cure sanitarie e l’istruzione, ridurre la tassazione e far diminuire l’importanza del governo e dei poteri pubblici nell’intera società, per esempio eliminando regolamenti e leggi di vario tipo (i cosiddetti “lacci e lacciuoli”).
Come tutte le forme di fondamentalismo, il neoliberismo è irrazionale e a mio modo di vedere la sua invalidità è stata mostrata definitivamente nella Grande Recessione del 2008-2012, in cui interventi statali in grande stile sono stati necessari per salvare banche che si erano comportate in modo assai imprudente dalle catastrofiche conseguenze delle loro stesse azioni.
In una situazione di mero mercato, i sistemi bancari occidentali sarebbero falliti in blocco, con conseguente caos sociale su larga scala. La crisi ha anche mostrato che i mercati non sono naturali e non esistono nel vuoto, ma sono resi possibili da strutture politiche e legali (si veda K. Polanyi, La Grande Trasformazione).
Il neoliberismo ha cominciato ad essere applicato da Margaret Thatcher in Gran Bretagna nel 1979 e da Ronald Reagan negli USA nel 1981. Da allora è diventato la principale forma di politica economica a livello globale nonostante i suoi ripetuti fallimenti, incarnati in particolare dai cosiddetti programmi di aggiustamento strutturale gestiti dal Fondo Monetario Internazionale, programmi che nella maggior parte dei casi non hanno prodotto sviluppo economico bensì la svendita di patrimoni pubblici a cleptocrati locali e globali.
Le politiche neoliberiste sono persino sancite in documenti ufficiali come i trattati costitutivi dell’Unione Europea (il più celebre è il Trattato di Maastricht del Febbraio 1992).
È dunque corretto affermare che l’Unione Europea come esiste oggi è un’istituzione essenzialmente neoliberista.
Una parte dell’abbrutimento, per esempio l’abbrutimento nelle condizioni di lavoro, è una diretta conseguenza di queste politiche e non dipende da una “reazione populista” al neoliberismo, come è invece il caso per la maggior parte degli altri aspetti di questo fenomeno.

 

Sfortunatamente gli eredi della tradizione socialdemocratica del mondo della Guerra Fredda capitolarono alla nuova ortodossia nel corso degli anni Novanta, attraverso una corrente di pensiero politico nota come “la Terza Via”, che ebbe il suo esponente teorico più di rilievo nel sociologo britannico Anthony Giddens.
Numerosi politici adottarono la Terza Via (e quindi politiche neoliberiste): primo per importanza e per ordine di tempo fu il presidente statunitense Bill Clinton (che liberalizzò i mercati finanziari e rese così possibile la crisi finanziaria del 2007-2008), ma dobbiamo menzionare anche i Primi Ministri britannici Tony Blair e Gordon Brown, i Presidenti francesi François Hollande e Emmanuel Macron, il Cancelliere tedesco Gerhard Schröder, i Primi Ministri italiani Massimo D’Alema, Giuliano Amato e Matteo Renzi, fra i tanti che si potrebbero citare.
I valori di solidarietà, eguaglianza nei redditi e nei patrimoni e rappresentatività politica che erano stati il nocciolo della proposta socialdemocratica sino al 1989 furono buttati in un fosso e rimpiazzati dai valori neoliberisti della meritocrazia, dell’efficienza e della governabilità, valori che favoriscono il dominio delle banche e delle grandi aziende sulla società e che non sono attraenti per gli strati bassi di una società ad alto reddito.
Un risultato di questa capitolazione fu la progressiva perdita di contatto fra i partiti ex-socialdemocratici (ormai divenuti partiti neoliberisti moderati) e i loro tesserati ed elettori, una base che era stata ereditata dal Movimento operaio, risalente al tempo in cui quei Partiti erano ancora Partiti dei lavoratori.
Un drammatico calo degli iscritti (e spesso anche degli elettori) si è verificato per praticamente tutti questi partiti.

 

Riassumendo, l’abbrutimento è, fra l’altro, l’effetto del risentimento e della rabbia delle classi basse e medio-basse delle società occidentali, classi che vedono altri (sia globalmente sia localmente) arricchirsi ad alta velocità mentre loro non stanno affatto diventando più ricchi; anzi, stanno diventando più poveri e lo sanno.
Di conseguenza, queste persone si sentono sia vulnerabili sia arrabbiate; inoltre sanno che i loro figli saranno con ogni probabilità esclusi dall’impiego retribuito a tempo pieno (“Non riesce a trovare un buon lavoro”) e che avranno una vita meno prospera dei loro genitori.
Sotto l’effetto di politiche neoliberiste, il panorama sociale è dominato da salari stagnanti, pressione continua ad incrementare la produttività, crescente diseguaglianza nei redditi e nei patrimoni in tutta la società.
Queste condizioni sociali creano un ambiente in cui dei demagoghi possono facilmente sfruttare le emozioni negative che sono ampiamente diffuse nella popolazione. Queste emozioni negative sono spesso potenziate dall’uso dei media sociali (social media) e dall’azione dei mass media tradizionali che, per mantenere alti i prezzi dei loro spazi pubblicitari, cercano di attirare l’attenzione del pubblico a qualsiasi costo, per esempio dando eccessivo risalto a reati commessi da migranti.
Tuttavia, la rabbia delle classi basse e medie è ragionevole, dati i cambiamenti sociali provocati da trent’anni di continue politiche neoliberiste.
Purtroppo, queste persone canalizzano la loro rabbia contro i bersagli sbagliati. Scelgono i bersagli più facili, quelli più vulnerabili, che non possono contrattaccare: ciò è chiaramente assai comodo ma non risolve alcun problema e causa molto danno ingiusto (e causare danno ingiusto è immorale, non ci dovrebbe esser bisogno di dirlo).

Sulla scorta di queste considerazioni, la mia tesi è la seguente: votare per partiti neoliberisti, che siano partiti della Terza Via o partiti cristiano-democratici oppure ancora partiti di destra a tutto tondo come i repubblicani statunitensi, non libererà mai nessuno dall’abbrutimento, perché quei partiti conducono politiche neoliberiste che sono la benzina stessa dell’abbrutimento.
Votare per questi partiti quindi intensificherà l’abbrutimento. L’unico modo per procedere positivamente è votare per politici e formazioni politiche che rigettino e aborriscano in modo esplicito le politiche neoliberiste e che non stiano unendosi al folle urlo del risentimento xenofobo (omofobo, sessista, antisemita, islamofobo, eccetera).
Dunque, se volete opporvi ai cosiddetti “populisti”, non rivolgetevi ai partiti neoliberisti: hanno creato il dannato casino loro stessi! Quelli che seminano neoliberismo raccolgono solo “populismo” e abbrutimento.

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