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Verso il congresso di Sinistra Italiana, senza veti né barriere

Un contributo al dibattito precongressuale del nuovo Partito

di: Francesco Samuele,

31 Ottobre 2016

Categorie: Politica Interna

Finalmente il dibattito su Sinistra italiana, su ciò che dovremmo essere e non siamo, si sta liberando di lacci e lacciuoli e si sta aprendo. E’ partita la fase precongressuale, con il relativo dibattito. Proprio per questo trovo che sia indispensabile, qui ed ora, fare chiarezza su alcuni elementi, sgombrare il campo da alcuni equivoci e paradossi e mettere in campo una proposta che sia all’altezza del compito che ci attende.

E da qui voglio partire: qual è questo compito? Qual è la sfida che ci attende? A mio parere, tale sfida consiste nel riuscire a mettere in campo non un generico soggetto politico o, peggio, una coalizione di soggetti e partiti che trascinano la loro marginalità di sconfitta in sconfitta, all’eterna ricerca di qualcosa o qualcuno che gli consenta di superare gli sbarramenti elettorali; dobbiamo, invece, costruire un Partito che sia espressione dei territori in cui vive, lotta, si faccia artefice di iniziative sociali e di mutualità. Un partito che viva la classe di cui è espressione, che guardi al passato ed alla storia gloriosa della sinistra italiana ma che sappia anche guardare alla società ed ai suoi mutamenti, conscio delle sfide che lo attendono. Un Partito capace di avere, come canta Marino Severini, le Radici e le Ali.

Un partito, aggiungo, che sia capace di liberarsi dalla “sindrome PD”: che concepisca la sua vita, la sua funzione, i suoi compiti senza essere succube dell’eterno dibattito che tanto ha riempito le bocche dei commentatori, virtuali o meno che siano. Un partito capace di fare egemonia, di essere guida e perno di un processo di profondo rinnovamento del nostro Paese in senso democratico e progressista, capace di imporre da subito, all’agenda politica, la cancellazione di tutte le scellerate leggi che, progressivamente, hanno distrutto il tessuto sociale ed economico aumentando le diseguaglianze e cancellando, progressivamente, il nostro stato sociale. Ma non solo: un partito che sia il perno di un processo di attuazione della nostra Costituzione, a partire dai beni comuni come lavoro, istruzione, sanità, pensioni.

Su una cosa, però, voglio essere chiaro: non è al centrosinistra che occorre guardare. Il centrosinistra, per come lo abbiamo conosciuto nella feconda stagione dei “sindaci arancioni”, approdato poi nell’esperienza di “Italia bene comune” è un’esperienza che, allo stato dei fatti, non è replicabile. E non è allo schema del centrosinistra che guardano le tante ed i tanti che non si vogliono far rinchiudere nella riserva indiana di un partito autoreferenziale e marginale nei rapporti di forza con la società nel suo insieme.
Un conto è il campo largo dei progressisti, un altro conto è riproporre in termini politicisti il centrosinistra come alleanza tra Pd e altri partiti. Chi confonde i due piani lo fa in maniera pretestuosa, chi imputa a chi pone l’obiettivo di ricostruire un campo largo capace di governare di essere subalterno a Renzi mente sapendo di mentire.
Anche perché il campo largo si ricostruisce, con ogni evidenza, solo a partire dalla sconfitta di Renzi e – ancora più profondamente – del renzismo.

Per questo è quasi incomprensibile (o comprensibile e inaccettabile) l’analisi semplicistica di chi contrappone se stesso (tutti coloro che perseguirebbero l’obiettivo della creazione di “una forza alternativa e non subalterna al neoliberismo”) al resto del mondo, in qualche modo succube di Renzi. Voglio dirlo in modo chiaro: il problema non è Renzi. Il problema è la mutazione genetica di quello che era il riformismo del principale partito della sinistra italiana figlia della sua subalternità culturale ai dogmi del neoliberismo e della quale l’attuale segreteria nazionale è la logica conseguenza.

Non è questo, insomma il problema. Il problema è un altro: è di come poter evitare che, nei prossimi venti-trent’anni, la partita politica si continui a giocare tra Renzi, destra e Cinque Stelle, relegandoci al ruolo di spettatori impotenti; di come consentire, dunque, a Sinistra italiana e soprattutto alla sinistra italiana tutta di scendere davvero in campo, di essere protagonista del cambiamento necessario, di non accontentarsi, metaforicamente, di stare sugli spalti ad insultare od a tifare per questo o quel giocatore.
E’ per questo che dobbiamo aprirla noi, questa partita: lasciare gli spalti e scendere in campo, ben sapendo che ci sarà da sporcarsi di fango, per poterla vincere. E vincere cosa significa? Significa ridare speranza alle tante ed ai tanti che si vedono negare il diritto di rappresentanza, il diritto di contare, il diritto di decidere il proprio futuro; il diritto di partecipare ad una sfida decisiva: quella di dare un nuovo futuro all’Italia, un futuro libero dai dogmi del mercato ed in cui al centro ci sia l’Uomo, e non il capitale.

Se questa è la partita, la sfida del referendum è dunque cruciale: non per sperare di poter riproporre, in caso di esito positivo, vecchi schemi e vecchie logiche, ormai superate dalla realtà dei fatti; al contrario, perché il risultato referendario potrebbe liberare, finalmente, nuove energie e creare nuovi spazi per la creazione di un soggetto che, davvero, possa ambire a cambiare i rapporti di forza nella società ed a imporre una nuova agenda politica.
Qui si impone un ultimo passaggio sul congresso che ci attende e sulla proposta di chi vorrebbe anticipare la questione della linea politica ad una fase prereferendaria, con una fantomatica consultazione che non si sa bene come dovrebbe avvenire.

Ma davvero riteniamo che sia sensato lasciare il punto decisivo del nostro dibattito, nello scenario come sopra delineato e nella delicatezza del momento e delle sfide che ci attendono, a poche centinaia di persone che neppure rappresentano tutto il territorio nazionale? Davvero pensiamo questo? E davvero pensiamo che non sia un tema da congresso, quello della linea politica da adottare?
A cosa serve mai un congresso infatti, se non a definire prima di tutto una linea politica, una visione del mondo, una proposta di quanto potere e dover fare per colmare la distanza, ormai abissale, tra ciò che abbiamo la presunzione di essere e ciò che siamo davvero?

E allora perché alzare muri oggi, mettersi a fare i buttafuori del partito in piena campagna referendaria? Perché rinchiuderci nei recinti, alzare nuovi steccati alludendo, ancora una volta, ad una forza politica che punti alla mera rappresentanza senza ambire, con forza ed entusiasmo, a volerlo governare, invece, questo Paese?

No, non sono affatto d’accordo. E’ necessario, invece, gettare ogni stilla di energia nella battaglia referendaria, consci che da lì, qualunque sia il suo esito, potrà aprirsi una stagione nuova; una stagione in cui finalmente, nel nostro Paese, si muovano risorse ed energie unite nella stessa direzione: quella della nascita, anche in Italia, di una forza di sinistra autonoma ma non marginale, di lotta e di governo; un Partito con basi di massa e non elitario, vincente e non vinto. Ecco la sfida.

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Francesco Samuele

Sono nato a Roma nel 1967, ho vissuto in Molise fino a 18 anni, poi per ragioni di studio ho vissuto prima a Teramo, poi a Parma dove mi sono stabilito definitivamente. Laurea in giurisprudenza, con tesi in Diritto delle assicurazioni. Faccio politica da oltre 25 anni, dal movimento studentesco della Pantera, per approdare tra le file di Rifonzazione comunista, partito nel quale sono stato per anni in segreteria provinciale, occupandomi di economia, lavoro e welfare. Ho lasciato Rifondazione nel 2014 e da allora lavoro, con la comunità di passioni di Esse per un nuovo, grande Partito della sinistra. Attualmente sono membro del Comitato operativo regionale dell'Emilia Romagna di Sinistra Italiana, nonchè co-portavoce provinciale.

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