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Il veto sul nome di un Ministro

Nella partita del potere, Salvini gioca una mano perfetta

di: Tommaso Bruni,

29 maggio 2018

Categorie: Italia, Politica Interna

La crisi istituzionale italiana seguita alle elezioni del 4 marzo si approfondisce. Domenica 27 maggio il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, ha rimesso il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dopo che quest’ultimo, come è sua prerogativa secondo l’articolo 92 della Costituzione, ha messo il veto sulla nomina di Paolo Savona al MEF, il ministero dell’economia e delle finanze.
 
Questo potere di veto esiste in altre Costituzioni estere, in particolare nella costituzione spagnola del 1978 (oggi vigente), secondo la quale è il re di Spagna a nominare i ministri. Questo potere invece non è proprio del monarca britannico né del presidente federale tedesco, giusto per citare tutte e tre le altre grandi democrazie parlamentari di questo continente (la Francia ha infatti un sistema semipresidenziale). In Gran Bretagna e in Germania è infatti prerogativa del primo ministro / cancelliere nominare i ministri. Quindi il potere di nomina dei ministri da parte del capo dello Stato non costituisce parte irrinunciabile di un sistema di democrazia parlamentare; tuttavia, è stata chiara volontà dei nostri padri costituenti inserire questo potere nell’ordinamento italiano. Questa decisione, insieme ad altre disposizioni costituzionali, come quella che dà al capo dello Stato il potere di scioglimento delle due Camere, rende il nostro Presidente della Repubblica un po’ più “forte” di figure analoghe in altri paesi.
 
Ci sono vari precedenti quanto al veto di un Presidente della Repubblica sul nome di un particolare ministro. I tre precedenti più noti riguardano tutti il ministero della Giustizia: nel 1994 Scalfaro mise il veto sul nome di Previti, nel 2001 Ciampi su quello di Maroni e nel 2014 Napolitano su quello di Gratteri. Le ragioni erano che Previti era l’avvocato del Presidente del Consiglio incaricato in quel caso, che Maroni aveva delle pendenze penali e che Gratteri era un magistrato in servizio (ruolo tradizionalmente incompatibile con quello di ministro della Giustizia). Che cosa succede normalmente quando un presidente mette il veto? Di solito il Presidente del Consiglio incaricato vuole comunque arrivare al giuramento del governo e quindi cerca un altro nome, aggira per così dire l’ostacolo. E infatti nei tre casi in questione furono mandati in via Arenula rispettivamente Biondi, Castelli e Orlando. Nel caso specifico della giornata del 27 maggio, Mattarella aveva indicato un nome alternativo, quello dell’esponente leghista Giorgetti. Tuttavia la coalizione che sorreggeva il mandato di Conte, formata da Movimento Cinque Stelle e Lega, non ha voluto rinunciare al nome di Savona e, per la prima volta nella storia della Repubblica, ha deciso di mandare a mare la formazione di un governo a causa di un veto su un nome. Le domande cruciali che occorre porsi a questo punto sono due:
 
1) perché Mattarella ha messo il veto sul nome di Savona?
 
2) perché la maggioranza parlamentare che sosteneva Conte ha deciso di non trovare un nome alternativo?
 
La risposta alla prima domanda ci è stata fornita dallo stesso Mattarella in un suo discorso ieri. Savona è un noto avversario dell’unione monetaria europea (vorrebbe cioè condurre l’Italia fuori dall’euro) e la sua nomina avrebbe per così dire spaventato i mercati, facendo rialzare i tassi di interessi sul nostro debito pubblico e messo a rischio i risparmi degli italiani. Mattarella si è addirittura spinto a dire che il tema dell’appartenenza dell’Italia all’unione monetaria non era stato sufficientemente discusso in campagna elettorale per poter nominare un ministro così “anti-euro”. A questo punto una cosa si nota subito: rispetto alle motivazioni dei tre casi precedenti, che erano per così dire ragioni di correttezza istituzionale, questa è una ragione assai più politica per porre un veto sul nome di un ministro. Ora, dal punto di vista del diritto stretto l’articolo 92 della Costituzione dà al Presidente della Repubblica Italiana una discrezionalità totale sulla firma dei decreti di nomina dei ministri: i nomi sono proposti dal Presidente del Consiglio incaricato, ma se firmare o meno sta del tutto nelle mani dell’inquilino del Quirinale. Tuttavia, il sistema italiano è, come si è detto prima, un sistema parlamentare, ragion per cui i governi si fanno in Parlamento (e non nelle urne). Una maggioranza parlamentare, comunque formatasi, deve poter governare in assenza di alternative. Nella situazione corrente tutte le opzioni diverse dall’alleanza gialloverde erano state esaurite, ragion per cui sembra che ci fosse un obbligo politico a lasciar governare la maggioranza parlamentare che si era formata. In forza di queste ragioni, è giusto considerare impropria la scelta di Mattarella di mettere il veto sul nome di Savona, nonostante ciò rientri nelle prerogative del Presidente della Repubblica. Non è stata violata la lettera della Carta (ragion per cui non ha nessuna base l’idea di una messa in stato di accusa del Presidente), ma ci sono buone ragioni per credere che ne sia stato in qualche maniera violato lo spirito. I costituzionalisti sono divisi: giusto per citare due presidenti emeriti della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick dice che va tutto bene mentre Valerio Onida esprime perplessità.
 
Ma la domanda più importante è la seconda: perché una maggioranza ha deciso di non andare al governo? Alla fine la politica ha principalmente a che fare con una competizione fra diversi partiti per l’ottenimento del potere politico, in particolare esecutivo e legislativo. Non è assurdo per degli uomini politici rinunciare al potere tanto lungamente cercato quando è così vicino e si è sul punto di acchiapparlo? Perché non accontentarsi di Giorgetti? Parigi, alla fine, val bene una messa sin dalla seconda metà del sedicesimo secolo… Qui si vedono l’arguzia e l’acume dei politici gialloverdi, specialmente di Matteo Salvini. In primo luogo, la maggioranza sarebbe stata fortemente instabile a causa delle grandi differenze politiche fra i gialli e i verdi, accomunati dal sovranismo ma assai distanti sull’asse tradizionale sinistra – destra. In secondo luogo, il nuovo governo avrebbe trovato fortissimi venti di prua sui mercati. Si sarebbe potuto anche dare il caso che il governo sarebbe stato spinto alle dimissioni nel giro di breve tempo dall’incremento del famigerato spread fra il BTP italiano e il Bund tedesco. Quindi, rinunciando al governo, i gialloverdi rinunciano in larga parte all’opportunità di fare una brutta figura. Ma rinunciando al governo i gialloverdi guadagnano, eccome se guadagnano! In particolare possano usare presso il loro elettorato incattivito il formidabile argomento che: “Non ci lasciano governare!” Ora i giallo-verdi possono (a torto) tacciare il Quirinale di anti-democraticità e Mattarella di essere un membro della “casta”, un oligarca non eletto dal popolo, controllato da innominabili, misteriosi potentati economici e ostacolo attivo alla volontà popolare manifestatasi attraverso le elezioni del 4 marzo. Dato che Mattarella ha (legittimamente anche se impropriamente) esercitato sue prerogative costituzionali, l’argomento è fallace; tuttavia il suo appeal è eccezionale, spesso presso gli strati della popolazione meno dotati di sensibilità costituzionale, cioè meno abituati all’idea che la sovranità popolare è legittimamente limitata dalle regole costituzionali sulla base dell’articolo 1 della Carta stessa.
 
Il risultato finale di questo brutto episodio è che i gialloverdi, con Salvini in testa, hanno vinto il jackpot di questa partita politica e lo porteranno all’incasso alle elezioni autunnali. Il popolo incattivito e irriflessivo vorrà ora ancora più sangue (reale o metaforico), griderà “Barabba! Barabba!” sempre più forte e farà capire chiaramente che il suo voto non può essere ignorato dalle istituzioni. Gli italiani inviperiti faranno del loro meglio per sfrattare i presunti “oligarchi” come Mattarella dalle loro sale dorate, adornate di arazzi, e mandarci finalmente “uno di noi”. Di conseguenza, l’uscita dell’Italia dalla Eurozona, e forse da tutte le istituzioni comunitarie incluso il mercato unico, è una possibilità sempre più concreta. Purtroppo, quando i cittadini chiedono il sangue degli innocenti (in questo caso i migranti) e tengono in scarsa considerazione regole istituzionali la cui funzione è proteggere il bene pubblico, non possono che succedere cose orribili.

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