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Il divieto di (retro)cedere

L’immigrazione rappresenta il limite ideologico che la sinistra non può permettersi di valicare

di: Simone Ceccarelli,

19 giugno 2018

Categorie: Politica Interna

La drammatica vicenda della nave “Aquarius” ha scoperchiato le carte in tutta l’Europa ponendo, per forza o per amore, la questione delle quote di accoglienza sulle scrivanie dei primi ministri di tutta l’UE. Salvini canta vittoria, e ne ha ben donde, poiché la mossa che ha compiuto è stato uno scacco in piena regola agli altri paesi membri, in particolare Francia e Germania, che non possono fare altro che difendere il re, magari sacrificando un alfiere o una torre, oppure scegliere l’arrocco lungo, che è generalmente una mossa disperata.

Traducendo la metafora scacchistica, la mossa dell’arrocco consisterebbe nel non recepire i ricatti di Salvini che minaccia di lasciare i profughi in mare (il che significherebbe iniziare un braccio di ferro sulla pelle dei migranti, una delirante prova di forza a chi cede prima davanti alle morti che aumentano), la mossa di difesa del re, invece, consisterebbe nel recepire lo scacco inferto da Salvini, andare a vedere le motivazioni, pure realistiche, che stanno alla base di queste scelte del Viminale, e aprire una trattativa. Quale sarebbe, però, l’alfiere sacrificato nella difesa del re? Sarebbe l’egemonia liberal-democratica che ha guidato l’Europa fino ad ora che lascerebbe il passo ad una nuova emergente egemonia, quella populista.

 

Però è un altro il dubbio che attanaglia i cuori dell’Europa, la sensazione, cioè, che quell’egemonia abbia già imboccato il viale del tramonto a prescindere dai Salvini di turno, una “Sunset Boulevard” in fondo alla quale non c’è il panorama mozzafiato del Pacifico, ma l’alto mare aperto di un futuro indefinito e ancora impossibile da definire.
In questo processo ciò che colpisce non è tanto il fatto che l’egemonia liberista attraversi oggi una profonda crisi, quanto l’evidenza che quell’egemonia in crisi, anziché essere tallonata dalle forze socialiste, è messa in discussione dal riemergere dei nazionalismi, dalle idee conservative, dai populismi xenofobi, che potrebbero accentuare questa crisi fino al punto di non ritorno e alla definitiva rottura del sistema europeo (o forse addirittura occidentale) così come lo conosciamo.

 

Giocare al gioco scelto da Salvini, quindi, per l’Europa potrebbe significare lasciare sul tavolo una posta francamente troppo elevata. Cosa accadrebbe, infatti, se dopo la “voce grossa” di Salvini, l’Europa veramente decidesse di rivedere le quote, ripartire i migranti  che arrivano in Italia e via dicendo?
Se fossi un cittadino francese potrei convincermi che se c’è riuscito Salvini, allora potrà riuscirci anche Marine Le Pen, visto che ha le sue stesse posizioni.
E lo stesso in Germania, e in Austria, e poi in Olanda, in Grecia, in Spagna e così via. Il rischio è quello di consegnare l’Europa nelle mani dei neofascismi.

 

L’altro aspetto, non meno inquietante, riguarda alcuni settori del campo opposto, quello socialista (o presunto tale) che, addentrandosi in una critica sistemica “da sinistra”, rischiano di trovarsi su posizioni subalterne a quelle della destra nazional-sovranista.
Spesso si parte dal concetto di esercito industriale di riserva per arrivare alla conclusione che l’accoglienza dei migranti diventa funzionale al mercato garantendo una fornitura costante di “nuovi schiavi” a basso prezzo. Sicuramente l’obiezione ha dignità e tocca un nervo scoperto, ma se si vuole iniziare l’analisi marxista, bisogna proseguire con lo stesso approccio fino alla fine.
E quindi, ammesso e non concesso che l’Italia e l’Europa accolgano i profughi per sfruttarli nelle piantagioni di agrumi,  dal punto di vista materiale rimane il fatto che sulla nave “Aquarius” erano presenti oltre 600 esseri umani che, esercito industriale di riserva o meno, andavano salvati.

 

In questa fase di grande confusione, anche ideologica, in cui i parametri classici del pensiero a cui siamo abituati sembrano faticare per definire il perimetro anche di un semplice ragionamento logico, sulla sinistra e su tutti coloro che, per usare impropriamente un’espressione evangelica, sentono di essere uomini di buona volontà, grava pesantemente l’ombra di un divieto.
Un limite assoluto e invalicabile che, delimitando un terreno ci ricorda chi siamo, un nec plus ultra ideologico che può essere da un lato un punto di ripartenza e dall’altro un luogo di ritrovo e riconoscimento: in questa fase storica ci è fatto divieto di cedere e retrocedere.

 

Non possiamo retrocedere nemmeno di un passo sul considerare i migranti esseri umani, nel non sovrapporre le (pur legittime) istanze economiche a quelle sociali e umanitarie, non possiamo retrocedere nello scendere a patti con posizioni che non sono accettabili e, soprattutto, non possiamo legittimare al rango di opinione, il razzismo, la discriminazione e la violenza.
Mettendoci in condizione di rispettare questo precetto, rifiutandoci di non riconoscere l’uomo negli occhi dell’altro, saremo in condizione anche di elaborare e rilanciare un’azione politica volta alla costruzione di un’idea progressiva e sociale nuova e moderna, un nuovo percorso politico in grado di rilanciare un nuovo umanesimo e una nuova idea di Europa, unita, accogliente, socialista e baluardo di pace e resistenza nel mondo.
Questa a un tempo nuova e vecchia destra estremista non la sconfiggeremo scendendo sul suo campo, ma costruendo un campo alternativo, con forza e radicalità.
Oggi, con maggiore forza di allora, è il momento di rispolverare un vecchio slogan degli anni settanta: non un passo indietro, neanche per prendere la rincorsa.

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