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Intellettuali e politica

Tra illusioni e verità

di: Franco Astengo,

7 ottobre 2016

Categorie: Cultura, Filosofia Politica

Per contrastare una rilettura di Carl Schmitt intesa nel senso dell’assolutismo nel predominio della tecnica sulla politica: Un ritorno alla politica da considerare quale imperativo categorico.
Un nuovo punto di partenza per la riconnessione dell’impegno.
E’ grave che alle conclusioni dell’inevitabile declino della politica siano giunti anche a sinistra i fautori dell’universalismo dei “social forum” animatori della contestazione globale all’inizio degli anni’2000.
Piero Bevilacqua, oggi sulle colonne del “Manifesto” arriva alla conclusione di un declino della politica e alla sostituzione del concetto di “contraddizione principale” con quello della frattura “ecologista”.
Un cedimento alla tecnica, con una improvvida sottovalutazione dell’arretramento della globalizzazione così come intesa negli scorsi decenni.
Le note che seguiranno in questo testo intrecciano quindi la critica ala riflessione filosofica di stampo autoritario di Carl Schmitt, al vero e proprio cedimento attuato dai “neo ecologisti” sul terreno della ricerca dell’attualità delle contraddizioni sociali e della relativa possibilità di una costruzione politica alternativa.
Un cedimento che coinvolge la ricerca sulla teoria del potere, ormai ridotta alla sola logica del suo esercizio da parte dei ceti dominanti.
Una rinuncia grave, pressoché esiziale che apre spazio proprio alle teorie schmittiane cancellando la storia del movimento operaio e della sinistra nel ‘900.
Comunque andando per ordine.

Sotto il titolo “Stato, grande spazio, nomos”, a cura di Gunter Maschke (edizione italiana a cura di Giovanni Gunsanti) Adelphi ha pubblicato la raccolta degli scritti di Carl Schmitt.

Giurista cattolico, Schmitt fu oppositore del progresso specialistico e sostenitore del nazismo.
Schmitt oggi viene descritto come un “terribile giurista”, un teorico discusso e ostile alle democrazie liberali, ma è allo stesso tempo indicato come un “classico del pensiero politico” (Herfried Münkler).

Un giudizio oggettivamente basato per l’influenza esercitata dai suoi scritti sul diritto pubblico e sulla scienza del diritto nella prima Repubblica Federale Tedesca .

In Italia, dopo un periodo di diffidenza dovuta ai suoi legami con il nazismo, il suo pensiero è ricorrentemente oggetto di attenzione, soprattutto con riferimento ai problemi giuridici e filosofico – politici della globalizzazione (Danilo Zolo, Carlo Galli, Giacomo Marramao), alla crisi delle categorie giuridiche moderne (Pietro Barcellona, Massimo Cacciari, Emanuele Castrucci), ai processi di transizione costituzionale e all’esperienza paradigmatica della Repubblica di Weimar (Gianfranco Miglio, Fulco Lanchester, Angelo Bolaffi, Giorgio Lombardi).

In un vero e proprio saggio Emanuele Severino ha affrontato, nei giorni scorsi, sulle colonne del “Corriere della Sera” una critica relativa alla pubblicazione edita da Adelphi (i testi di Carl Schmitt spaziano tra il 1916 e il 1978).

Il saggio di Severino è riassunto così nel titolo: “ Schmitt contro la tecnica (e la globalizzazione) “.

Il filosofo bresciano coglie quindi l’occasione per rilanciare un tema sul quale molto si è esercitato in anni recenti: quello del rapporto tra filosofia, politica e sviluppo tecnico – scientifico.

Nella conclusione di questo suo intervento, in relazione al contrasto che Schmitt pone nei riguardi dell’universalismo dell’egemonia tecnica, Severino fa coincidere il tema del potenziamento della tecnica da parte delle superpotenze, Russia e USA, come l’elemento comune utilizzato per mantenere il predominio sul mondo.

Lo scopo sarebbe quello di conservare i propri privilegi – appunto – di superpotenze ma alla fine, si nota, sarà la tecnica a dominare.

E chiude: “ E questo sarà appunto il senso autentico di quell’unità (tra le superpotenze, n.d.r.) tecnica del mondo, attorno al quale si continua a girare a occhi bendati”.

In questo modo Severino pone quindi oggettivamente in discussione il tema dell’impegno filosofico e politico proprio in relazione all’idea di fondo del progresso tecnico – scientifico inteso come illimitato: un’idea di progresso che oggi pare irrimediabilmente in crisi.

Un’idea di progresso, di “magnifiche sorti e progressive” andata in crisi attraverso l’erezione di nuovi muri.

La risposta alla crisi dell’idea di progresso è dunque quella arretrata del rilancio del concetto di territorialità, di legame dell’uomo alla terra, di definizione dell’avanzata tecnico – industriale come causa livellatrice delle differenze culturali e storiche tra i popoli.

I punti cioè cheben possiamo definire come di arretramento “storico”.

Un “arretramento storico” al livello di sviluppo del pensiero umano che oggi sembrano prevalenti nelle espressioni culturali e politiche.

Come si recupera, allora, quell’idea di progresso che ci ha accompagnato per almeno due secoli, nell’edificazione della modernità nel ruolo dello Stato e delle relazioni politiche e civili e sociali?

In sostanza, cambia il nostro mestiere di interpreti possibili della necessità della polis: quella, cioè, che con linguaggio filosofico si definirebbe “dover essere della politica”.

Il “dover essere della politica” viene meno nel momento in cui gli intellettuali si adeguano al messaggio corrente, non scavano più nel profondo della ricerca, si alienano alla verità.

L’ultimo decennio del secolo scorso è stato contrassegnato dall’acquiescenza del concetto di “fine della storia”, di assuefazione al colossale fraintendimento che la fine del bipolarismo coincidesse con l’apertura di mercati senza fine, con lo spargimento della buona novella del trionfo della globalizzazione e della fine dello “Stato – Nazione”.

Concetti adottati da tutti e che hanno dato vita a una “pericolosa illusione”, com’è stato – ad esempio – nell’idea prevalente dell’espansione del capitalismo europeo sulla base dell’allargamento dell’UE.

Si tratta beninteso soltanto di un esempio, tra i tanti che si potrebbero sviluppare, usato per dimostrare come la fine del fraintendimento rappresentato dal “sociale reale” (la “fine dell’illusione” di Furet) si sia accompagnato, senza soluzione di continuità, a un altro clamoroso abbaglio degli intellettuali in una interpretazione sbagliata della storia.

Gli intellettuali, nel momento in cui la storia del mondo sembrava aver svoltato (almeno in apparenza) hanno inteso servirsi della tecnica, guidata dalla scienza moderna, per realizzare l’omologazione di un certo tipo di uomo e di società, attorno ad una “polis” concepita attraverso il “pensiero unico”.

Ognuno intendeva porsi, cioè, come il fine rispetto allo strumento esasperando il concetto dell’immutabilità della storia (e della negazione dello storicismo) fino a oscurare la ricerca della verità.

E’ in atto invece, almeno a mio modesto avviso, un processo che, daccapo, è il rovesciamento del rapporto tra mezzo e fine.

Non sarà più la polis capitalistica a servirsi della tecnica, ma la tecnica a servirsi del capitale, e non sarà più la polis democratica a servirsi della tecnica, ma la tecnica a subordinare a sé la democrazia.

L’esempio facile, sotto quest’aspetto, è- si ribadisce ancora una volta -quello dell’Unione Europea fondata sulla tecnica, in questo caso quella monetarista.

Altro esempio da sviluppare, assolutamente legato all’attualità della vicenda italiana, riguarda l’assoluta prevalenza della “tecnica di governo” sull’effettiva capacità di resa del sistema sul piano della rappresentatività politica.

Una forma, questa del rapporto tecnica di governo /rappresentatività politica che sta assumendo aspetti di assolutismo per i quali davvero il richiamo a Schmitt non appare davvero peregrino.

Il nuovo universalismo della sinistra, quello ecologico, richiamato appunto da Bevilacqua nell’articolo apparso sul “Manifesto” si allinea proprio a questa politica assolutistica, negando il conflitto di classe e affidandosi al predominio della tecnica sul potere politica, rifugiandosi in una teoria della “decrescita” di stampo assolutamente conservatore.

Questi sono i punti, grossolanamente esposti, sui quali sarebbe necessario avviare una riflessione, per porsi sulla strada di ricerca una diversa via dell’agire politico, posto in relazione, ancora, a una ricerca, aperta e problematica della verità.

La rilettura di questo tema, così come è accaduto con il testo di Emanuele Severino riferito a Carl Schmitt, ci pone nell’attenzione di ciò che va evitato proprio sul terreno del cedimento all’omologazione proprio sul piano storico.

Forse, sul piano dell’intreccio filosofico/politico in relazione alla modernità della tecnica ci troviamo in una condizione di minorità e non possiamo far altro, a questo punto, che allinearsi a Montale: “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Non siamo attaccati alla terra d’origine e non vogliamo abbandonare la visione dell’universalismo dettata dall’Utopia.

Universalismo dell’Utopia che dovrebbe nuovamente essere inteso come internazionalismo della visione politica da declinare come mezzo concreto per il riscatto umano.

E’ necessario riflettere attorno a un vero mutamento di paradigma tornando ancora, gramscianamente, a intendere la politica come tensione egemonica, recuperando lo spirito “ di parte”.

Uno “spirito di parte” da porre al centro nel processo di evoluzione storica di mutamento nell’insieme delle relazioni politiche e sociali.

La modernità può essere intesa partendo dalla proposizione di una concezione della critica che raccolga le differenze (penso al pensiero femminista, ecologista, pacifista) puntando a realizzare una sintesi progettuale raccolta in una scansione concreta dell’insieme delle contraddizioni moderne e post – moderne.

Una nuova “sintesi del progredire umano”: questo manca alla filosofia e alla politica.

Si tratta di tornare a essere in grado, perlomeno sul piano teorico, di porci sul terreno della proposizione di una “diversità sociale” al riguardo dell’esistente.

Esistente che non deve essere considerato come immutabile nell’espressione di una sorta di pigrizia di una dominante intellettualità conformista.

Non può esistere neutralità rispetto a questo passaggio, né arrendevolezza verso gli estremi dell’abbandono alla logica del potere che proprio la rilettura di Schmitt ci propone.

Torna alla memoria, per rimanere a Gramsci, “odio gli indifferenti”.

Essere consapevoli di questa esigenza di non neutralità, di intervento attivo, di rinuncia all’astrattezza e al disimpegno, ci fa tornare alla politica.

Un ritorno alla politica (1) da considerare quale imperativo categorico.

Un nuovo punto di partenza per la riconnessione dell’impegno.

(1) Politica intesa come umana coesistenza quando questa assume l’aspetto di una consapevole identità collettiva, considerata dal punto di vista del Potere e del Conflitto
(dalla voce Politica redatta da Carlo Galli in Enciclopedia del Pensiero Politico diretta da R.Esposito e C.Galli, editori Laterza, Roma – Bari 2005)

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