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Intervista ad Anna Foa

La sua vita, quella della sua famiglia, la politica, il sociale: intervista ad una delle più interessanti intellettuali italiane

di: Vittorio Bonanni,

3 agosto 2018

Categorie: Cultura, Filosofia Politica

Anna Foa è una delle storiche più interessanti nel panorama dell’intellettualità italiana. Già docente di Storia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza e autrice di numerosi libri sulla questione ebraica, ha pubblicato recentemente “La famiglia F.” (Laterza, pp. 175, euro 16,00), una storia dei suoi cari, in primo luogo i genitori Lisa e Vittorio Foa e i suoi due fratelli, Renzo e Bettina.
Per parlarne con lei l’abbiamo raggiunta nella sua casa silenziosa e piena di libri tra via della Pisana e via Bravetta a Roma.

Professoressa, il suo libro è appassionante, soprattutto per chi ha avuto a cuore i destini della sinistra in Italia, inevitabilmente legati a quelli appunto della sua famiglia. Quando le è venuta in mente l’idea di scrivere una storia delle sue origini?

Era un’idea che avevo da parecchio tempo ma che si è concretizzata grosso modo tre anni fa. Un po’ c’era il desiderio di chiudere un cerchio che nasce dall’avvicinarsi alla vecchiaia e dalla voglia di guardarsi dietro per fare in sostanza il punto della situazione. Un po’ naturalmente c’era sempre la voglia di raccontare alcune cose e allora mi sono messa a scriverle.

E’ stato semplice ricostruire la storia della sua famiglia?

No, ho scritto con delle interruzioni ed è stato comunque un libro difficile da realizzare. Mi ha ripiombata nelle vicende familiari e per di più è stato difficile trovare un modo di scrivere che mettesse insieme la memorialistica e anche un po’ di storia, di riflessione e il racconto. E lo stile adatto per questo tipo di cose. Però poi alla fine mi sembra di essere riuscita nell’obiettivo.

Raccontare una storia familiare non è facile anche se la sua è stata una famiglia unita a parte la separazione dei suoi avvenuta tardi…

Mica tanto unita in realtà. E comunque sono storie che suscitano sempre dolore, pensieri e riconciliazioni postume o già avvenute di cui ti ricordi. Volevo in ogni caso che non fosse una autobiografia. Ho tentato disperatamente che ciò non avvenisse perché mi interessava in realtà di parlare della famiglia e non di me. Io per forza c’ero come io narrante e molte volte anche dentro le vicende.

Quali sono i ricordi più struggenti e anche quelli più difficili che ha della sua famiglia?

Di mio padre ho tutti i ricordi degli ultimi anni. Io andavo spesso a trovarlo a Formia, dove lui si era stabilito. La sua lucidità e anche il corpo che declinava, il fatto che in qualche modo volesse sempre immaginare le cose anche se non ci vedeva più. E poi di mia madre la sua forza, con questo suo anticonformismo incredibile.

Poi ci sono i suoi fratelli…

Bettina è ancora viva, è molto più giovane di me, ha scelto di vivere molti anni in Africa e ha portato l’Africa in famiglia. Al contrario mio padre era invece molto europeo e anch’io sono molto europea. Invece anche mia madre è andata lì molto volte.

Un approccio terzomondista…

Nemmeno tanto. In realtà Lisa era curiosa di vedere. Quando per la prima volta è andata in Mozambico mentre mia sorella era là come cooperante, lei come tanti altri speravano si potesse creare un socialismo diverso.

A proposito di socialismo diverso, veniamo un po’ a Renzo e alla sua delusione che lo portò a scrivere su giornali vicini alla destra.

Renzo aveva tutte le ragioni di essere deluso. Come tanti di noi ma lui aveva delle cose personali. Quando era direttore dell’Unità aveva fatto un bellissimo giornale e delle cose importanti come quando era andato a suo rischio e pericolo a trovare Dubcek a Praga. Seppe dall’Ansa che non era più direttore del giornale. Renzo era stato in Vietnam e ha sempre affermato che nonostante tutto avrebbe riscritto le cose che scrisse allora su quella vicenda. Era un personaggio molto complesso, non era semplicemente uno che aveva cambiato idea.

Suo padre invece comunista non è mai stato…

E forse per questo ha avuto la vita più facile perché non ha dovuto affrontare direttamente il problema dello stalinismo. Però anche lui in qualche modo ha dovuto farci i conti. Una volta gli ho chiesto “ma voi lo sapevate e perché non dicevate niente a noi e agli altri?”. E lui rispose “c’era l’antifascismo”.

Che era un motivo forte…

Ma non bastava. E poi ho trovato un passaggio di un congresso del Psi quando Nenni disse, subito dopo la destalinizzazione, che loro non sapevano e mio padre rispose che “c’erano otto o dieci persone che sapevano e ne faccio parte io e ne fai parte anche tu”. Ma poi non ha proseguito su questa linea.

Va anche ricordato che la militanza nel Pdup era caratterizzata da una forte critica al socialismo dell’est…

Sì, certamente. L’altra cosa che si può dire di questa esperienza molto di sinistra di mio padre riguarda la vocazione minoritaria e di rifiuto dell’ovvio. Però anche lui ha avuto molte difficoltà a ripensarsi negli anni successivi. C’è solo un dialogo tra lui e Carlo Ginzburg uscito per Feltrinelli dove quest’ultimo lo stimola su questo suo silenzio e sul suo allontanamento dalla politica attiva.

Professoressa, lei parla nel libro anche della questione ebraica e del periodo in cui divenne praticante. Come ricorda quei tempi e come analizza il conflitto israelo-palestinese oggi?

Ho scoperto che malgrado le origini non ero ebrea e dunque mi sono convertita formalmente. Per un periodo breve sono stata anche osservante e poi sono tornata ad essere un essere pensante.
Sul resto lascerei perdere. Voglio solo ricordare le recenti parole del direttore d’orchestra Daniel Barenboin in cui alla fine dice, con riferimento alla recente normativa che sostiene che Israele è lo Stato degli ebrei: “Mi vergogno di essere israeliano”.

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