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La diffidenza del popolo verso gli intellettuali

Perché il popolo nutre un sempre maggior scetticismo verso quelle personalità da cui dovrebbe trarre ispirazione e a cui affidarsi?

di: Guido Rovi,

25 agosto 2018

Categorie: Cultura, Filosofia Politica

La diffidenza del popolo verso gli intellettuali come verso gli artisti, pittori, scultori, scrittori o poeti, è sicuramente della stessa natura che ha portato la svolta a destra nell’Italia di oggi.

Nonostante l’epoca in cui è nata la riforma Gentile nonché considerando i decenni successivi, quest’ultima ha dato modo di dare un ruolo certo nella società (quello degli insegnanti) a giovani laureati o anche solo diplomati tecnici o nel magistero.
Oggi l’istruzione è divenuta secondaria, un diploma, un pezzo di carta è ciò che conta, non quel che si conosce.

La critica costante che dura da anni verso la scuola è sicuramente una delle tante cause di un lento scivolamento culturale. Una critica che in egual modo tocca gli enti pubblici, bollati con la nomea di inefficienza e malfunzionamento, quando va bene, se non come covo di lazzaroni.

Di fatto la strisciante e innegabile verità che in tante situazioni sia l’inefficienza a dominare il pubblico, ha generato un effetto domino che ha minato la volontà di una qualsiasi riforma in senso socialista della società.
La denigrazione del resto non possiamo dire che non poggi su fondamenta di verità, perché ciascuno di noi conosce un esempio in questo senso.
Tuttavia dalla “Repubblica degli uscieri” all’assenza cronica di tecnici per i controlli, possiamo trovare un quadro desolante nel quale si incarna una politica smaccatamente neo-liberale che ha toccato la maggioranza delle forze politiche e che di fronte a questa incapacità del pubblico, ha voluto opporre l’efficienza del privato grazie al primato del mercato con le esternalizzazione e le concessioni a terzi dei servizi.

Ovviamente le polemiche di questi giorni hanno sollevato il tema delle nazionalizzazioni, le quali tuttavia restano una politica astratta: basta soffermarsi su numerosi esempi inerenti gli enti locali.
Cioè che rende efficiente un servizio è comunque la componente pubblica; i capitolati di gara, che dovrebbero seguire le direttive della politica piuttosto che le indicazioni di questo o quel politico, se sono ben fatti possono far funzionare in modo adeguato un servizio dato a gara sul mercato.
Se però le indicazioni e i bandi sono viziati o fatti male semplicemente, il risultato sarà negativo sia con la gestione pubblica sia con quella privata, ma è una cosa piuttosto evidente.

In questo scenario però emerge prepotentemente quanto l’opinione pubblica si ritenga detentrice di varie competenze specifiche: tutti allenatori, tutti ingegneri, tutti medici esperti di vaccini.
Addirittura si considera allo stesso livello il parere del cosidetto italiano medio a quello di un professionista della materia di cui si sta discutendo. E perché succede questo?

La deriva ha radici lontane e probabilmente occorre ammettere che all’innalzamento dell’obbligo scolastico non è coinciso un incremento dell’istruzione. Non solo perché i laureati sono molto di meno che negli altri Paesi europei: spesso non è corrisposto all’innalzamento del titolo quello di una qualifica lavorativa.
Del resto in alcuni settori tanti laureati svolgono le mansioni che solo quindici anni fa magari faceva un semplice diplomato. Di fatto pagare laureati come fossero periti è una prassi in certi settori.

La svalutazione sociale del titolo di studio che quindi non permette una mobilità sociale, di fatto coincide  con un’idea piuttosto diffusa che se all’aumento della formazione e dell’istruzione non è visibile un miglioramento economico, allora si è mentito sul valore stesso dello studio.
E se pensiamo che questa idea possa aver messo già molte radici, capiamo bene la difficoltà del corpo docente dinanzi a tante situazioni sociali spinose.

E così è successo che lentamente anche la Sinistra “dei professoroni” venisse accusata di elitarismo, intellettualismo, anche se poi in posizione di comando non c’erano chissà quali intellettuali usciti dalla proverbiale torre d’avorio.

Questa situazione ha generato una dinamica di totale diffidenza e una cesura sociale con quei frammenti della società che ha subìto l’ultima fase del capitalismo e le sue successive crisi.

Nel XIX e poi nel XX secolo il successo del socialismo era dovuto a questa assenza di intellettualismo elitario, poiché il messaggio politico mostrava la differenza tra classi, non per titolo di studio o competenze.

Ad oggi invece la grande crisi del 2008 ha portato alla proletarizzazione di un pezzo non indifferente del ceto medio.

La paura di perdere ulteriormente potere d’acquisto da un lato e la consapevolezza dei gruppi dominanti che questo fosse anche probabile, ha innescato una propaganda per cercare una pace fiscale (non sociale), un annacquamento della consapevolezza di classe con la sterile esaltazione di un consociativismo che è presente solo in poche realtà. E’ stato fatto credere che fosse la realtà della provincia.

In questa narrazione la Sinistra viene stritolata, avendo perso la sua connotazione socialista.
Ma la possibilità di cambio di prospettiva esiste, se si riesce a costruire dal basso una rete di personalità riconosciute dai cittadini (e magari anche votate) in grado di mostrare che la politica non è solo una opinione, ma anche una questione soprattutto pratica per migliorare gli interessi dei cittadini.

Questo non vuol dire rinunciare all’idealità, quanto semmai cambiare gli attori e il canovaccio di una narrazione che, con la sua gestione della cosa pubblica, ha avvolto una parte importante delle forze progressiste, ma al tempo stesso ha intriso tutte quelle moderate e reazionarie.

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