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Le donne e la ricerca della libertà (mai avuta)

piccola riflessione sulla condizione femminile in Italia

di: Alessia Galizia,

15 dicembre 2016

Categorie: Diritti, Società

Le donne italiane NON sono libere. È da qualche giorno che riecheggia nella mia testa questo pensiero. Leggo giornali, guardo servizi televisivi e mi convinco sempre di più. Le donne italiane NON sono libere. Ci vantiamo che la nostra società è progressista ed egualitaria sulla questione femminile, ma la realtà è ben diversa. Osteggiamo l’Oriente additandolo come retrogrado, ma noi non siamo da meno.

I vincoli e i limiti posti alle donne, in altre società, sono forse più visibili rispetto ai nostri, che però esistono e sono anche molto forti. Se le donne arabe sono costrette ad indossare velo e burka, noi ci illudiamo di essere libere nella scelta del nostro vestiario, mentre in realtà siamo legate a forme di perbenismo e condotta che ci vengono imposte dal sistema. Si, perché se una donna, oggi, indossa una gonna di qualche centimetro più corta viene subito marchiata come “dai facili costumi”, peggio ancora se subisce violenza è colpa sua, “poteva coprirsi di più”. Come se così facendo, implicitamente, stessimo dando l’autorizzazione all’uso incondizionato del nostro corpo. La cosa più inquietante e disgustosa è che spesso tali parole provengono da altre donne.

I “nostri” uomini si vantano di avere una mentalità aperta, di essere moderni. Affermano a gran voce di saper accettare la fine di una storia, di saper affrontare un tradimento. Ma quando si trovano davanti al fatto compiuto, il primo istinto è alzare le mani, tirar fuori un coltello, gettare l’acido addosso. Non accettano la nostra libertà. Ci considerano un oggetto, di loro proprietà.

Ed è per questo che la maggior parte delle donne non vive liberamente la propria sessualità. Per paura di ritorsioni e di critiche. Teme di fare la fine di Tiziana, la giovane donna che qualche mese fa, esasperata dagli insulti, in seguito alla pubblicazione di suoi video intimi da parte del fidanzato, si è suicidata.

Tiziana, ma non solo, è stata uccisa da tutti noi. Dal pregiudizio che l’ha messa senza scrupoli alla gogna. Da una giustizia che ci tutela fino ad un certo punto. Dalla troppa fiducia che ha nutrito nei confronti di persone sbagliate. Dall’arroganza e dalla stupidità umana. Dai media. Da chi diceva di amarla. La morte di Tiziana, così come quella di tante altre donne, rappresenta il fallimento della nostra società, totalmente priva di valori. Una società che ci fa credere di essere al passo con i tempi, che ci fa credere che possiamo tutto, ma che in realtà dietro cela un grande disagio. Non illudiamoci, la libertà, in senso sostanziale, per noi donne, al giorno d’oggi ancora non esiste. Possiamo dire di aver avuto delle “concessioni”, ma non la totale libertà.

Non siamo pienamente padrone del nostro corpo, non siamo libere di scegliere come e se mostrarlo. Dobbiamo sempre apparire perfette, ma naturali. Dobbiamo distinguerci per la nostra intelligenza, ma senza eccedere. Perché la donna troppo intelligente fa paura, è difficile da manipolare e da possedere. Dobbiamo essere lavoratrici, per far trapelare una finta emancipazione all’esterno, ma guai a non essere madri a tempo pieno, nonché mogli. Ci convinciamo di aver superato l’idea di società patriarcale, ma in realtà, in tanti uomini, sopravvive ancora. E difatti anche il sistema protende per un modello di società che persegue l’ideale maschilista. Mi si potrà ribattere affermando che lo Stato cerca in tutti i modi di incentivare la partecipazione femminile alla “cosa pubblica”. Basti pensare, ad esempio, alle quote rosa. Ecco, già che vi è la necessità di stabilire giuridicamente la parità di genere all’interno degli organi rappresentativi, la dice lunga. Se da una parte risulta essere un elemento d’avanguardia, dall’altro è l’implicita conferma che la nostra è una società sessista.

Con riferimento a ciò abbiamo ancora molto da fare. Bisogna incentivare forme di educazione sentimentale fin da piccoli. Insegnare che la donna è al pari dell’uomo, che la lotta non dovrebbe essere di genere, semmai di classe. Insegnare che l’uno ha bisogno dell’altro e che il rispetto reciproco è fondamentale. Solo così possiamo sperare di dar vita ad un sistema che per sua natura promuove la partecipazione femminile in tutti gli ambiti, senza il bisogno di apposite norme. Un sistema che elogia la donna per i suoi meriti e la sua intelligenza, e non esclusivamente per la sua bellezza. Chissà, magari un giorno riusciremo a concretizzare tali idee. Fino ad allora è giusto che noi tutte ci diamo da fare per affermare, ogni giorno, sempre più forte, la nostra uguaglianza e libertà.

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