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Le primarie democratiche e il bisogno smarrito di democrazia

in tutte e tre le grandi città vince l’establishment renziano

La democrazia è una conquista seria e preziosa, e se la si intende come tale bisogna esprimere coerentemente il proprio rispetto per chiunque eserciti in maniera libera e convinta il diritto al voto, come le migliaia di militanti che ieri hanno partecipato alle primarie del PD.

 
Detto questo, le consultazioni appena concluse restituiscono sostanzialmente due dati, sui quali sarebbe finalmente utile condividere una riflessione.
Il primo è che in tutte e tre le grandi città vince l’establishment renziano, a testimoniare ancora una volta che anche sul piano della contesa per il consenso elettorale il partito democratico (oramai su molti territori partito della nazione, Verdini compreso) ha subìto una mutazione profonda, che allude alle categorie di un’egemonia culturale tutta nuova (anzi, antichissima) che ha spezzato ogni legame con la rappresentanza del mondo del lavoro, e che anzi rinsalda quotidianamente la propria organicità al solco della finanza europea, di Confindustria, e del capitalismo à la Marchionne.

 
Il secondo dato, non certo per importanza, attiene invece allo sconvolgente calo di partecipazione, che racconta di una disaffezione sempre più profonda nei confronti della politica e (più grave) delle istituzioni, come strumento efficiente per la gestione della cosa pubblica. Dal dopoguerra in poi siamo stati abituati a leggere i risultati elettorali in termini di numeri relativi, guardando a percentuali di votanti che rappresentavano la quasi totalità degli aventi diritto; oggi sarebbe più utile rovesciare i piani, e soffermarsi su quanti esercitano effettivamente il proprio diritto – decidendo per ognuno – e interrogandosi parallelamente sul perché gli altri ritengano nella migliore delle ipotesi ininfluente quell’esercizio.
I due dati (quello dell’egemonia renziana e quello dell’astensione) parlano la stessa lingua e sono stretti da un vincolo causale: da un lato la politica atrofizzata dal legame mortale con i poteri forti che espropria spazi, diritti, mandati e democrazia, e dall’altro la democrazia rinchiusa nel ripostiglio dei vecchi arnesi proprio dalla rassegnazione di chi subisce il peso di quelle politiche di espropriazione.

 
Se ripensare la sinistra implica irrinunciabilmente ripensare a un nuovo modo per cambiare il mondo, bisogna ripartire da qui, uniti, consapevoli che la strada è stretta ma anche l’unica utile non solo a noi stessi.

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