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Razzismo e violenza. Scherzando col fuoco, forse, ci siamo scottati tutti

Non è solo razzismo, dietro l’aggressione all'atleta dalle origini nigeriane Daisy Osakue c’è molto di più

di: Simone Ceccarelli,

31 luglio 2018

Categorie: Politica Interna

Spesso ci si chiede, di fronte ad efferati atti di violenza gratuita, da dove nasca questa cattiveria e come può l’essere umano trasformarsi in una simile bestia. Ciò che ci lascia davvero sconvolti, però, è quando questa violenza la troviamo pianificata, organizzata su larga scala, istituzionalizzata e di massa. Dopo i crimini del nazismo nacque, a Francoforte, una scuola di filosofia politica proprio intorno a questa inquietante domanda.
Come è potuto succedere, nel cuore della civilissima Europa, un evento drammatico e incomprensibile come il nazismo? Le riflessioni di Hannah Arendt sulla banalità del male, ma soprattutto quelle di suo marito Gunther Anders, che arriverà a definire il nazismo come “un teatrino sperimentale di provincia” di fronte a ciò che avverrà in futuro nel regno dominato dalla tecnica, indicano la strada per capire i meccanismi di fondo del perché avvengono queste follie collettive.

Era il 1993 quandol’emittente ruandese RTLM (Radio Télévision Libre des Mille Collines) iniziò a diffondere l’idea che i Tutsi (quelli che noi chiamiamo Watussi) fossero scarafaggi, erbacce da estirpare, insetti infestanti, utilizzando un linguaggio e una simbologia tipici del mondo contadino, un linguaggio molto familiare al popolo agricolo degli Hutu. Un anno dopo, in una comunissima mattina di Aprile del ‘94, il Rwanda si svegliò con gli Hutu che davano il via alla caccia all’uomo contro i Tutsi. Armati dicosa? Di machete, lo strumento che si usa in quelle campagne per estirpare le piante infestanti.
Finì con un milione di morti in soli 100 giorni. Anche in Rwanda il massacro fu caratterizzato dal delirante ritmo degli orari di lavoro. La caccia all’uomo iniziava alle otto di mattina, prevedeva una pausa per il pranzo, proseguiva fino al tramonto quando, stanchi per la giornata “di lavoro”, i criminali tornavano a casa a riposare per essere in forma il mattino seguente.

Quello che salta agli occhi, è l’assoluta naturalezza, il processo asettico, l’organizzazione sistematica, esattamente come in una catena di montaggio. E non è un caso se Adolf Eichmann al processo di Tel Aviv rispondeva candidamente “Eseguivo soltanto gli ordini”. Che è la stessa risposta che fornì il pilota dell’Enola Gay quando gli chiesero cosa avesse provato nello sganciare la bomba atomica “Nothing. It was just my job”.
E, in effetti, non aveva fatto altro che premere un bottone. Da questo punto di vista (dal loro punto di vista) anche gli Hutu non avevano ucciso un milione di persone, avevano soltanto estirpato le erbacce.

C’è un elemento distonico (e distopico) costante in tutte queste vicende, che le unisce in una terrificante e imprevedibile continuità: l’alienazione da ciò che si sta facendo. In ognuna di queste tragiche storie, gli attori sono es-tratti dal complesso della realtà e vedono davanti a loro soltanto un aspetto tecnico. Eichmann smistava treni, gli Hutu pulivano le erbacce, il pilota aveva solo schiacciato un bottone.
Ma, come aveva già notato Marx, e come più tardi lo stesso Gunther Anders sperimentò di persona lavorando alla Ford (scriveva al suo maestro Heidegger “Lei sostiene che l’uomo sia il pastore dell’essere, ma io qui sono solo pastore delle macchine”), l’alienazione ha il potere di togliere l’anima a ciò che ci circonda.
L’anima intesa in senso platonico, nel senso di psyché, da cui l’assenza di psyché diventa psyché-pathìa, ed è proprio la psicopatia (che non è altro che l’incapacità di sentire l’altro) la chiave di sopravvivenza in un mondo dominato dalla tecnica.
Meno psyché (quindi meno anima, meno umanità) si ha con sé, meno fardello ci si trascina, più si ha la possibilità di correre leggeri e andare lontano, fino ai posti di comando.

Alla luce di questa riflessione, quindi, il preoccupante episodio occorso all’atleta italiana Daisy Osakue, non è riducibile ad una semplice ideologia razzista, ma è figlio di un pensiero (o meglio, di un non-pensiero) molto più complesso e molto più pericoloso. Daisy non è stata aggredita soltanto in quanto ragazza di colore, ma è stata aggredita in quanto donna, bella, giovane e in un quartiere in cui non è raro incontrare prostitute.
La cosa agghiacciante sta nell’omologazione del pensiero, nell’equazione donna-nera-bella-giovane=prostituta e in quella ancor più agghiacciante prostituta=bestiaccia da abbattere.
Ma si commetterebbe un ulteriore grave errore se si derubricasse il tutto a violenza cieca di quattro imbecilli, se si es-traesse la vicenda dal contesto nichilista in cui va letta.
L’aggressione a Daisy Osakue nasce nello stesso terreno di coltura (e di cultura) del bullismo, del femminicidio, dell’omofobia, dei sassi lanciati dal cavalcavia, dei mille episodi di ultraviolenza (per dirla con Stanley Kubrick) gratuita che sentiamo ogni giorno, e addirittura con il Bataclan.
Ha molto più a che fare con i ragazzi che si suicidano per un’insufficienza a scuola o per una delusione d’amore che non con Julius Evola e le sue teorie della superiorità razziale.

La sinistra cosa può fare? Innanzitutto capire lo scenario, che non è politico, ma pre-politico, e cercare di affrontarle la questione in maniera olistica, onnicomprensiva, lavorando su aspetti culturali, ricostruendo una comunità, una identità, dei luoghi in cui l’alienazione, l’anomia e l’atopia lascino di nuovo lo spazio all’impegno, alla solidarietà, alla cooperazione, alla gratuità, alla coesione sociale, attraverso piccoli spazi umani, piccoli partiti, liste civiche di municipio, comitati di quartiere, partecipando nei luoghi di vertenza sindacale, recuperando luoghi di disagio sociale, creando associazioni, diffondendo bellezza e rispetto della diversità.
In altre parole, la sinistra deve costruire una nuova società partendo dal particolare, ma mantenendo uno sguardo globale e complessivo, creare due, tre, mille bolle di socialismo di prossimità, reale e concreto, e metterle in relazione tra loro. Nascemmo tanti anni fa per cambiare il mondo, la nostra funzione storica è rimasta ancora quella.

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