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Socialismo al bivio

una lettura europea del voto francese

Nell’analisi del sistema elettorale francese effettuata in “Ingegneria costituzionale comparata”, il compianto professore Giovanni Sartori definisce il primo turno come una selezione, piuttosto che una elezione. Allo stesso modo delle primarie americane, rappresenta un meccanismo di scelta tra i candidati preferiti dalla maggior parte degli elettori, dal quale scaturisce nel turno successivo un vincitore.
 
I risultati di domenica scorsa hanno sancito una profonda novità nella storia della V Repubblica, per diversi motivi. Anzitutto, a contendersi un posto per il ballottaggio sono stati ben quattro candidati, racchiusi in un intervallo che è oscillato dal 19,6% al 24%. Per la prima volta, sono risultati esclusi proprio gli esponenti alla guida dei partiti tradizionali, ossia socialisti e gollisti, la cui alternanza ha costituito il leitmotiv della storia istituzionale d’oltralpe dal 1956 ad oggi. Di fatto, i due outsider, Marine Le Pen e Jean-Luc Melanchon, hanno clamorosamente sopravanzato i candidati di centrodestra e centrosinistra. In particolare, Melenchon ha conquistato più del triplo dei voti del socialista Benoît Hamon.
Il prossimo 7 maggio alla conquista della carica di Presidente della Repubblica si sfideranno Emmanuel Macron, giovane tecnocrate sostenuto da gran parte del ceto politico fuoriuscito dal partito socialista, e Marine Le Pen, leader del Front National, che ha eguagliato il risultato ottenuto dal padre nel 2002. Uno scontro tra un europeista e un populista, come è stato definito da molte testate giornalistiche internazionali, che non è affatto circoscritto alla sola Francia.
 
Tuttavia, una corretta interpretazione dell’esito elettorale non può che tener conto del significato che si attribuisce al termine “populista”, il quale può assumere connotati di destra, sinistra o centro. In tutte le democrazie europee si sta registrando una ristrutturazione del quadro politico, con una radicalizzazione dello scontro tra le forze (e le strutture) partitiche tradizionali da una parte ed i movimenti anti-establishment dall’altra. I soggetti che compongono il secondo gruppo, però, appaiono certamente diversificati. All’interno di “Rotta di collisione: euro contro welfare?”, Maurizio Ferrera distingue l’avversione della sinistra radicale nei confronti del processo di integrazione europea da quella della destra reazionaria. La sinistra critica l’integrazione negativa, ossia “fare mercato”, auspicando una integrazione positiva, ossia “correggere il mercato”; l’ostilità della destra, invece, è dovuta principalmente alle minacce nei confronti della comunità e della cultura nazionale.
 
In questo contesto, quindi, il sostegno verso l’Unione Europea finisce inevitabilmente per concentrarsi in un grande centro liberaldemocratico, rappresentato in Francia da Macron, in Italia da Renzi, in Germania dal governo di coalizione tra socialisti e popolari, stesso modello adottato in Spagna (dove nelle ultime elezioni si è registrato il discreto successo del neo-partito centrista “Ciudadanos”), in Olanda e soprattutto nel Parlamento europeo. Si tratta, talvolta, di un centro che può presentarsi esso stesso con un volto populista, come ben evidenziato da Marco Revelli nel titolo della sua opera “Dentro e contro”.
 
Da un punto di vista politologico, il successo dei partiti anti-establishment è sicuramente avvantaggiato laddove sia presente un sistema proporzionale, capace di fotografare in maniera efficace la distribuzione territoriale del malcontento e tradurlo in seggi. Il voto di protesta ed il voto carismatico, infatti, si amplificano a livello nazionale. Il collegio uninominale, invece, premia i partiti che hanno maggiori roccaforti. I partiti personali incontrano allora grandi difficoltà nel momento in cui i riflettori della competizione si spostano dal leader nazionale ai candidati dei territori. Pertanto, sarà interessante osservare non solo il secondo turno delle presidenziali francesi, dove la vittoria di Le Pen è poco probabile, bensì le elezioni dell’Assemblea nazionale del prossimo giugno, che assegneranno i seggi e determineranno realmente gli equilibri parlamentari. La mancanza di un partito strutturato rende difficile per Macron la conquista di una maggioranza solida, vedendosi costretto ad un governo di coalizione magari con Fillon.
 
Le forze politiche tradizionali europee, quindi, affiderebbero le loro speranze di sopravvivenza alla costruzione di una “diga contro i populisti”, come affermato da Fabrizio Tonello nell’editoriale pubblicato sul Manifesto lo scorso 17 marzo, instaurando un pericoloso circolo vizioso: la formazione di un soggetto unitario che accomuna il ceto politico di destra e di sinistra sarebbe sia la causa della crescita delle opposizioni antisistema, che il rimedio stesso.
La realizzazione di un fronte repubblicano contro l’estrema destra, seppur necessaria, non risolve la questione di fondo: si tratta di una situazione emergenziale o di un progetto politico di medio-lungo periodo?
 
Il socialismo si trova quindi schiacciato al centro di una morsa. Da una parte, può decidere di arrendersi culturalmente nei confronti della destra liberale, in nome della “sacra unione contro i barbari”; dall’altra, può farsi promotore di una virata sociale e politica a sinistra, affinché non sia nuovamente costretto alla scelta del “meno peggio”. Di sicuro, le posizioni intermedie non avranno nessuna possibilità di successo.

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