Esse - una comunità di Passioni

Storia di Muhammad

Anche se non abbastanza, è qualcosa

di: Salvo Taranto,

29 luglio 2017

Categorie: Diritti, Società

Salgo con la mia ragazza su un autobus per andare al mare. Troviamo facilmente posto: sono ancora le nove di una domenica mattina. Le fermate si susseguono e, poco per volta, i posti vengono occupati da quei ragazzi che solcano le spiagge tentando di vendere qualcosa a chi è dall’altra parte del sole. Perché, sì, c’è un sole che alcuni rincorrono per abbronzarsi e un altro che fiacca i passi sulla sabbia. Li chiamano vu cumprà, abusivi, ambulanti, come se ambulare, passeggiare, camminare fosse di per sé un mestiere. Forse lo diventa soltanto quando non sei autorizzato a sfinirti per sopravvivere. Per molti sono soltanto una scocciatura che impedisce di ascoltare in santa pace la musica a tutto volume del vicino di ombrellone. Addirittura, quando ero bambino, nella terra in cui sono nato prendevano genericamente il nome di “marocchini”: come se il mondo che apparteneva a noi, ma non a loro, confinasse con un enorme Marocco.

Prima di scendere alla fermata inizio a parlare con un ragazzo che si chiama Muhammad. L’ho visto tentare di scostare una tendina per ripararsi dalla luce che filtrava dal finestrino. Quel gesto, compiuto prima di restare sotto quei raggi per ore, mi spinge a trovare le prime parole. Muhammad è nato in Bangladesh, ha 22 anni e lo attendono chilometri di fatica in mezzo a migliaia di persone come me. È partito dalla Libia un anno e mezzo fa, è salito su un barcone e, dopo quasi una giornata intera di traversata, è sbarcato a Lampedusa. “Allora sei siciliano come me”, gli dico, e sorride. Conversiamo per qualche minuto, mi spiega che la merce che vende l’ha acquistata a Roma da amici, che in estate lavora così, ma che nel resto del tempo non si trova nulla. Scendiamo insieme e, probabilmente sbagliando, apro il portafoglio e gli do quel che posso. Muhammad non vuole l’elemosina, vuole soltanto vivere del proprio lavoro, e quindi mi ferma per regalarmi delle cuffie. Provo a rifiutare, ma non sente ragioni.

Questa storia si è svolta a Marinella di Sarzana una settimana fa. Ma, proprio per replicare a quello sterminato Marocco della mia infanzia, sarebbe stato bello se quel luogo, per un attimo, avesse inglobato tutte le spiagge d’Italia. L’amicizia che ho raccontato non sposta di una virgola la complessità di un fenomeno – non un problema – gigantesco, ma restare umani fa bene ed è il modo migliore di rispondere ai razzisti di professione e di riflesso. Restare umani è una forma di resistenza bella come il mare che unisce e non divide, preziosa come l’acqua che fa germogliare qualcosa e non la inghiotte. Chissà: forse quel giorno per Muhammad sarà stato un po’ meno duro da sopportare. E questo, anche se non abbastanza, è qualcosa.

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