Esse - una comunità di Passioni

Una voce dal sen fuggita

Ancora a proposito del Fertility day

L’articolo di Danilo Masotti, comparso alcuni giorni fa su Il Fatto quotidiano on line è, a nostro giudizio, di grande importanza. Nonostante il nostro disaccordo, non solo non lo censuriamo ma lo salutiamo con grande soddisfazione e gratitudine. La sua schiettezza, infatti, la sua sincerità consente, in mezzo alla valanga di pronunciamenti stereotipati e di circostanza sollevati dalla sbilenca campagna del ministro Lorenzin, di avere un’idea abbastanza precisa di un modo di pensare che è diffusissimo fra le giovani, meno giovani e molto meno giovani generazioni. Viva Danilo Masotti quindi! Viva la sua voce dal sen fuggita, senza tentennamenti, senza ipocrisie. Leggiamo un brano dell’articolo.

 

Ma che bisogno c’è di celebrare una boiata del genere? Viviamo in un periodo fantastico dove le persone a 50 anni e passa vengono chiamate “ragazzi” e dove ci è permesso di essere giovani tutta la vita. Possiamo vivere un’adultolescenza interminabile che a un certo punto, senza nemmeno accorgercene si trasformerà in vecchiaia, malattia, morte, ma questo tracollo potrà avvenire tutto in un colpo e fino a che non arriverà (potrebbe anche non arrivare e risolversi tutto molto prima in maniera indolore per chi se ne va) saremo dei “ragazzi” e delle “ragazze”.

Capite anche voi che in un periodo così figo fare figli diventa penalizzante, una follia, quindi meglio non farne se ci si vuole continuare a divertire che un figlio ti cambia la vita e se uno non è convinto è meglio che non ne faccia (non è obbligatorio). Lasciamo fare figli ai poveracci che senza troppi ragionamenti li fanno lo stesso, lasciamo che le pupazze col fazzoletto in testa e lo stanellone vadano in giro con 4-5 bambini mentre noi andiamo a farci gli aperitivi, ai concerti e diciamo “eh ma sono un precario”, “eh ma non ho il contratto a tempo indeterminato“, “eh, ma ho solo cinquant’anni” invece di essere onesti con noi stessi e la collettività e gridare al mondo con orgoglio “io non ne ho voglia mezza di avere figli, fateli voi che tanto il mondo è già pieno di gente”.

 

A parte la parola “stanellone” di cui non conosciamo il senso, il resto ci sembra di una chiarezza e di un’autenticità poco comuni. Masotti, infatti, non si fa problemi a dire le cose come stanno per lui. Non fa analisi sociologiche complicate. Non nega ovviamente una verità che non si può negare: che per fare i figli c’è bisogno di un reddito e di uno stato sociale che funzioni. Lui dice cose che vanno al di là e che raccontano fedelmente di un nuovo e inedito senso comune. Che non è la risposta a uno stato di necessità ma possiede una sua propria autonomia. Che descrive efficacemente un universo di senso. Un sistema di idee fondato su alcuni principi di base.

Quali sono questi principi? Sono pochi ma granitici: rifiutarsi di prendere atto che il tempo passa con conseguenze biologiche inevitabili, anzi esaltare un’ ”adultolescenza” senza fine; dare importanza prima di tutto a una concezione della vita individualistica e super edonistica: “lasciamo fare i figli ai poveracci…”; legittimare senza complessi un disimpegno programmatico sideralmente lontano da qualsiasi idea non solo di famiglia ma di qualsivoglia (sia pur “micro”) aggregato  sociale. Altro che partiti e sindacati! Qui si legge in filigrana il rifiuto persino di una idea di coppia, fosse anche precaria. Il rifiuto cioè di qualsiasi presupposto, ancorché embrionale, di organizzazione sociale.

Ora noi vorremmo dire con grande chiarezza che pure a noi piacciono gli alcolici, la buona cucina, i concerti e molte altre cose. Non è questo il punto. Non è che i grandi rivoluzionari fossero degli asceti. Fidel pare abbia avuto 11 figli da sette donne diverse. Come dire: non è che la rivoluzione si debba fare proprio a tempo pieno. Uno si può prendere anche delle pause. Detto questo ci pare doveroso, mentre riconosciamo l’utilità della voce dal sen fuggita del disinibito giornalista, dissentire almeno  su una prospettiva di vita fatta solo di stolido giovanilismo e di aperitivi che spesso sono mediocri, tolgono l’appetito e rovinano la cena. Ma non è certo un’intenzione censoria e moralistica che ci muove. L’intenzione semmai, come abbiamo cercato di fare anche in altre circostanze, è quella di capire la genesi di un modo di pensare che è venuto affermandosi non per semplice partenogenesi ma per l’influenza potente e selvaggia di una pseuodocultura del consumo e della presentificazione coatta che è alleata organica del sistema di disvalori su cui si fonda il pensiero unico neoliberista.

È anche, anzi soprattutto contro questo sistema che bisogna battersi. Risulta evidente, infatti, che i nostri nemici non sono solo quelli che ci tolgono gli asili nido e ci costringono alla precarietà ma anche quelli che traggono interesse da un’atomizzazione sociale che non produce solo denatalità e diminuzione diffusa della fertilità ma genera quella solitudine che ci isola e ci rende impotenti di fronte al nemico di classe.

Ci piace pensare che il casino sollevato dal Fertility day, la serie infinita di gaffe in cui è incappato il Ministero e tutte le polemiche sollevate almeno servano a una cosa. Certo a ribadire le ragioni sociali ed economiche che sono alla base non solo della denatalità e di moltissimi casi di infertilità legati a scelte coatte, che fanno spostare troppo in avanti il momento della scelta di avere un figlio. Certo a scagliarsi contro l’ipocrisia di chi a parole dice di difendere la famiglia e la vita e nei fatti ne mina le fondamenta. Ma anche a dare una lettura più profonda di fenomeni che stanno modificando le relazioni umane, il mondo dei desideri, la vita di ciascuno di noi. L’articolo di Danilo Masotti ci aiuta in questo e noi lo ringraziamo, veramente.

Simone Oggionni

http://www.reblab.it

Sono nato nel 1984 a Treviglio, un centro operaio e contadino della bassa padana tra Bergamo e Milano. Ho imparato dalla mia famiglia il valore della giustizia e dell’eguaglianza, il senso del rispetto verso ciò che è di tutti. Ho respirato da qui quella tensione etica che mi ha costretto a fare politica. A scuola e all’Università ho imparato la grandezza della Storia e come essa si possa incarnare nella vita dei singoli, delle classi e dei movimenti di massa. A Genova nel luglio 2001 ho capito che la nostra generazione non poteva sottrarsi al compito di riscattare un futuro pignorato e messo in mora. Per questo, dopo aver ricoperto per anni l'incarico di portavoce nazionale dei Giovani Comunisti e avere fatto parte da indipendente della segreteria nazionale di Sel, ho accettato la sfida di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista, per costruire un nuovo soggetto politico della Sinistra, convinto che l’organizzazione collettiva sia ancora lo strumento più adeguato per cambiare il mondo.

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