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I cannoni di Francoforte e il Trattato di Maastricht

Dove ci condurrà la virata anti-Maastricht emersa dalle ultime Elezioni politiche?

di: Tommaso Bruni,

17 marzo 2018

Categorie: Politica Estera

Il Movimento Cinque Stelle e la Lega sono i vincitori indiscussi della tornata elettorale italiana di domenica 4 Marzo.

Indipendentemente dalla formazione del prossimo Governo, circa la metà dell’elettorato italiano ha votato per partiti che rigettano esplicitamente i criteri di bilancio stabiliti dal Trattato di Maastricht, risalenti al Febbraio 1992.

Il Movimento Cinque Stelle, a differenza della Lega, si oppose anche alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio operata con la Legge costituzionale 1/2012 da più di due terzi del Parlamento italiano di allora. Se alla Lega e ai pentastellati si aggiunge la lista neofascista Fratelli d’Italia, le forze anti-Maastricht sono oggi maggioranza nel paese.

Questa virata anti-Maastricht è il grande dato delle recenti elezioni ed è un evento che mette in rotta di collisione diretta la cittadinanza italiana con le Istituzioni europee, con molti governi del Nord e Centro Europa (Irlanda, Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Svezia, Finlandia, Slovacchia) e con le opinioni pubbliche dei suddetti paesi.

Leggendo la stampa tedesca, l’Italia è accusata da quasi tutti gli organi di informazione di essere spendacciona, corrotta, mafiosa e di non aver fatto le “riforme” che, secondo l’ottica neoliberista ampiamente dominante in Nord Europa, sono ritenute necessarie per lo “sviluppo” della Penisola: fine della contrattazione collettiva dei lavoratori, aumento dell’IVA, ulteriore taglio delle pensioni, privatizzazione degli assett statali esistenti, etc.

Queste “riforme” sono in realtà misure che causerebbero un drastico aumento della povertà in Italia, esacerbando i gravissimi problemi sociali (fra cui il razzismo) già oggi esistenti nella Penisola. Le “riforme” neoliberiste porterebbero l’Italia a imboccare la via della Grecia e ne sancirebbero la “meridionalizzazione”, la sua trasformazione in mera terra di emigrazione, la quale fornirebbe al Nord Europa manodopera ben formata (a spese del contribuente italiano) e a basso costo.

Nel frattempo le istituzioni europee, su input dei partiti tedeschi CDU e CSU (quelli legati ad Angela Merkel), stanno portando avanti una riforma del sistema bancario dell’Eurozona che costringerebbe le banche italiane a vendere grosse quantità di titoli di stato italiani, facendo scendere il valore di questi ultimi e facendo salire lo spread nei rendimenti fra il Bund tedesco e il BTP italiano.
Il Tesoro italiano si ritroverebbe quindi a pagare interessi accresciuti sul suo ingentissimo debito (circa 2200 miliardi di euro). Si tratta di un’altra misura che porterebbe, volontariamente o involontariamente, l’Italia più vicina alla “meridionalizzazione”.

Tutto questo sta avvenendo in uno scenario in cui Mario Draghi (a cui giustamente si attribuirebbe il titolo di defensor patriae) cesserà dal suo mandato di presidente della Banca Centrale Europea nel novembre 2019. Sino a questo momento Draghi ha disinnescato l’aggressività dei mercati verso il Tesoro italiano abbassando il più possibile i tassi di interesse e ordinando di comprare enormi quantità di titoli italiani (e non solo) con denaro che la BCE, in quanto banca centrale, può creare dal nulla.
L’abbassamento dei tassi ha causato l’ira di tanti risparmiatori tedeschi, che si sono sentiti defraudati dei rendimenti sui loro risparmi. Non è ancora chiaro chi sarà il successore di Draghi, ma al momento il nome che circola più spesso è quello del tedesco Jens Weidmann, attuale capo della Bundesbank (la banca centrale tedesca) e falco neoliberista. Se Weidmann sarà eletto come successore di Draghi, non solo le banche e il Tesoro italiani non saranno più protetti dallo scudo protettivo della BCE, ma avranno anche i cannoni della Eurotower puntati contro.

Si apre dunque per il nuovo Governo italiano (che data la composizione del nuovo e democraticamente eletto Parlamento della Repubblica sarà quasi certamente anti-Maastricht) una fase di lotta senza quartiere con le istituzioni europee e con i governi nord-europei, capeggiati dalla cancelleria berlinese.
Se e quando i ‘cannoni di Francoforte’ cominceranno a far piovere proiettili sulle banche e sul Tesoro italiani, allora si vedranno la forza d’animo e la determinazione dei nuovi inquilini di Palazzo Chigi, chiunque essi saranno.

Non è tuttavia necessariamente una buona idea parteggiare per le forze anti-Maastricht: i costi per l’Italia di un’uscita dall’Unione Europea sono assai difficili da stimare e con ogni probabilità estremamente ingenti, mentre un’uscita dalla sola Eurozona sembra legalmente un’opzione difficile da praticare a causa della struttura dei trattati europei. Parimenti, l’opzione di un referendum su un’uscita dall’Unione o dall’Eurozona si scontra contro il dettato costituzionale. In forza di queste considerazioni, potrebbe anche essere il caso che alla Penisola convenga, una volta fatti tutti i conti, finire “meridionalizzata” dai governi nord-europei a cui nel 1992 si legò stolidamente mani e piedi. L’Italia sembra insomma trovarsi fra l’incudine e il martello.

Una via di uscita positiva a questo scenario assai negativo per l’Italia sarebbe quella di un allontanamento delle opinioni pubbliche nord-europee dalle esiziali dottrine neoliberiste. Ciò permetterebbe una riforma delle istituzioni UE in senso anti-neoliberista, posto che tutti i governi che fanno attualmente parte della UE diano il loro consenso.

Questa prospettiva di una UE che rimetta al centro la giustizia sociale, l’unica prospettiva a mio avviso auspicabile, rimane al momento ipotetica, dato che l’unanimità è sempre difficile da raggiungere.
Di questo auspicabile cambiamento nelle opinioni pubbliche nord-europee non si vede disgraziatamente alcuna traccia, almeno per il momento.

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