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GABRIELE MORLEO: IL PENSIERO MESSO IN OPERA

Intervista di Laura Ghirlandetti

di: Laura Ghirlandetti,

4 dicembre 2017

Categorie: Arte, Cultura

Gabriele Morleo, artista e regista concettuale, eclettico certamente ma altrettanto difficile definire secondo la banale standardizzazione delle sovrastrutture di etichettatura accademica, lascia che le sue creazioni spazino nella dimensione dell’effimero, sostanziando una amara ironia, di matrice pasoliniana.

Gabriele Morleo, che, in modo abbastanza scostante ma non superbo – tuttavia di questo non siamo certi – trascorre molto tempo a negarsi al telefono, dilata i tempi con cui risponde alle interviste (naturalmente solo per mail, ndr) , estenuando l’intervistatore e spesso anche la testata; se gli si chiede una foto da pubblicare ove non sia presente l’iseparabile sigaretta risponde secco “mi dispiae, non ne ho”.

Sarcasticamente a volte, in discordia con il mondo altre, contesta il parlare di sé e del proprio lavoro – al quale, invece, affida ogni qualsivoglia tipo di messaggio che intende veicolare – si muove attraversando l’Arte con opere che, al contempo, affrontano tematiche esistenziali grevi e pregne di una visione speculativa del mondo e della società. Allievo ex post del pensiero di Gramsci, nella sua produzione il punctum, il genio dell’intuizione si fonde con una sorta di pastosità lirica, in grado di costruire e decostruire, tanto la materia quanto il pensiero, sino ad una scarnificazione tale da lasciar emergere una essenza critica di matrice intellettuale, profonda e complessa. Le sue epifanie aprono al dubbio esistenziale e guardano al reale in maniera dura, per una critica verso la sfera sociale e politica, secondo un processo filosofico, poiché il quid creativo di Morleo è il pensiero stesso, in foggia di opera, metafora e simulacro di un’indagine che travalica il già noto.

Ciao Gabriele, entriamo subito nel vivo, quando hai scelto che saresti stato un artista?

“Non è un caso che tu abbia usato il verbo “essere” riferito al mio lavoro, in effetti, questo è un lavoro ontologico dove “si è” non “si fa”; proprio per questa ragione non puoi scegliere di diventarlo, dunque, non posso risponderti…”

Cosa significa per te essere un artista oggi?

“Esattamente cosa significava essere un artista 100 anni fa, 200 anni fa, 500 anni fa o 1000 anni fa e cioè essere un cronista fedele del proprio tempo, che utilizza la bellezza per provare a disvelare delle verità. Intendo dire che l’artista è uno che ha qualcosa da (non) dire.”

Quali sono i tuoi riferimenti?

“Una volta, posero la stessa domanda a Gian Maria Volonté e lui rispose: “Gramsci, Brecht e Di Vittorio” io a questi aggiungo Pasolini e lo stesso Volonté.”

Da cosa ti fai guidare quando inizi un’opera?

“In realtà, non ho un metodo preciso e definito, mi faccio guidare dal dialogo tra un concetto, un’idea e la sua potenziale forma: è la ragione per la quale mi esprimo attraverso il mezzo delle arti visive, ossia mi sembra l’unico strumento che riesca a metter insieme la parte di me intellettuale con quella più passionale, che sente il bisogno di dare una forma, di portare allo stato solido un’idea; quindi, di fatto, è come se ci si trovasse dinanzi ad un processo chimico e lo si osservasse con la stessa passione con cui uno scienziato segue un esperimento, con la differenza che l’artista aspetta l’esplosione, dunque l’errore, la non riuscita dell’esperimento stesso.”

Stiamo vivendo senza dubbio un momento storico di grande incertezza, ma anche di “impasse”… come lo vivi e secondo te come si potrebbe uscirne, o perlomeno migliorare la situazione?

“Io, in genere, nelle impasse mi trovo abbastanza comodo, essendo un luogo che conosco bene. Tuttavia, credo che sia semplicemente un periodo in cui la Storia si dirige verso momenti davvero cupi e, cosi come accaduto in altre epoche simili da questo punto di vista, credo che prima che le cose possano migliorare, si dovrà sentire più volte odore di carne bruciata.”

Hai dichiarato che la bellezza non salverà il mondo, quanto piuttosto si salverà dal mondo… ci spieghi meglio cosa intendi?

“Intendo dire che, intanto, la bellezza è un concetto, perciò si salva naturalmente, perché sarà ricodificato e risemantizzato ma, certamente, è uno di quei concetti di cui l’uomo non riesce a fare a meno. Inoltre, la bellezza è tale poiché si sedimenta nella memoria collettiva perciò, di fatto, è già salva.”

Hai inoltre dichiarato che l’arte è sempre in dialogo con la religione, e quindi con il senso del sacro, ci spieghi la tua personale relazione?

“La mia relazione con la religione è la stessa che ho con tutte le grandi narrazioni umane, perciò, una relazione che si fonda su un grandissimo interesse, una grandissima curiosità, in qualche modo, su una certa gratitudine perché la religione, da sempre, ha suggerito all’arte incrollabili alibi; poi, personalmente, sono ateo e, se proprio devo, simpatizzo per le religioni politeiste; forse nell’antica Grecia sarei stato molto religioso.”

Ti va di anticiparci qualcosa dei tuoi nuovi lavori e progetti?

“Ho sempre in mente quel musical su un pasticcere trotzkista degli anni ’50… prima o poi conto di realizzarlo.”

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