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Oltre il ricatto

per la dignità della donna

di: Chiara Casasola,

16 maggio 2017

Categorie: Diritti, Lavoro, Società

Pausa pranzo. La noia mi porta a sfogliare facebook e finisco con lo scorrere l’indice su una notizia, quasi distrattamente: una ragazza ha subito violenze e molestie per nove anni da parte del suo caporeparto in una fabbrica. Cedere il corpo pur di avere un lavoro o di tenerselo stretto.
Proseguo, tra post sulla primavera, canzoni, foto della domenica. Distrattamente.
Poi però ci ripenso e vado a cercare la notizia per accertarmi non fosse una fake news, ma il risultato è che mi compare una lista di articoli simili. E scorro. E continuo a scorrere.
Quanti casi ci sono di donne che subiscono molestie sessuali sul luogo di lavoro? Quante ce ne sono che non compaiono tra le righe di un quotidiano?
Mi fermo. Non scorro oltre. Forse mi è sufficiente questo per farmi venire il sangue amaro e pensare a quanta ipocrisia ci sia in questa società, ma soprattutto a quanto schifo possa correre tra i corridoi dei reparti di una fabbrica, di un grande magazzino o dietro il bancone di un bar.
Quanto vale la dignità di una donna? Nel nuovo millennio può valere uno stipendio, neppure troppo decoroso.
Un ricatto a cui sottrarsi è difficile, perché certo c’è la minaccia della perdita dell’impiego, ma c’è anche quel senso di orgoglio ferito e di vergogna, che colpisce la donna ─ che è la vittima ─ anziché l’uomo.
 
Quanto può essere mistificata allora la realtà nel nome della guerra allo straniero che viene a violentare le donne a casa nostra? Molto, Almeno credo.
Credo che percezione della realtà sia così talmente deformata da un’informazione fallace da non farci più distinguere le reali situazioni problematiche, o meglio le criticità (utilizzo un termine brutto, ma funzionale) sono sostituite con contenuti differenti.
C’è un problema, un problema talmente grosso che chiamiamo “ricattabilità” dell’individuo, ed è un problema trasversale, ma che nel mondo del lavoro è declinato in maniera ancora più cruda per quanto riguarda le donne. Nel mondo del lavoro, nella politica, perfino nel percorso accademico.
È un dramma culturale cui far fronte dovrebbe essere una delle priorità per chiunque si definisca progressista e annoveri tra i suoi valori fondanti quello dell’uguaglianza e ancor più quello dell’equità.
 
Le molestie sul luogo di lavoro non sempre sfociano in violenza vera e propria, spesso sono gocce cadenzate come quelle di una tortura cinese cui diventa persino impossibile opporsi. È il logoramento psicologico lento, lo scambio tra un pezzo di orgoglio e lo stipendio con la consapevolezza che il rischio di non averne uno è amplificato dal fatto che non è automatico averne un altro se si chiude quella porta.
 
Il problema si trova all’incrocio tra due mali: la cultura maschilista (anche le donne, peraltro, possono essere pericolosamente maschiliste) e l’informazione distorta (alla ricerca continua di un fattore che abbia scatenato la violenza, quando invece, oltre a non esserci, si omette il fatto che la violenza è sempre un atto ingiustificabile).
Ne conseguono i flussi continui di: “le sta bene”, “Chissà com’era vestita”, “voleva far carriera” e tutta l’allegra compagnia dei luoghi comuni che si rafforzano a vicenda.
Ci sono piccoli uomini che per l’abuso di un ruolo si arrogano il diritto di possedere i sottoposti.
Ci sono piccoli uomini che abusano di una posizione per prevaricare la dignità.
Ci sono piccoli uomini convinti di potere tutto, di poter possedere tutto.
E passano distrattamente, tra un post sui gattini e uno sul primo bagno al mare.
 
Ricordiamoci anche questo, quando parliamo di lavoro. Ricordiamoci che parità di condizione significa anche non avere paura.

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