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Referendum: Napolitano, Renzi e la maestra di scuola

la Costituzione merita una lettura meno arzigogolata e più serena.

di: Severo Laleo,

16 Aprile 2016

Categorie: Italia, Politica Interna

Il nostro Paese potrà dirsi serio, maturo, civile, responsabile,
almeno in Politica, quando, con mitezza, e perché no? gentilezza,
ogni sua/o cittadina/o, titolare di un dovere civico, riuscirà
a respingere, in piena autonomia, i discorsi ambigui e le invenzioni
di propaganda di una classe dirigente, vecchia e nuova, presente
oggi nelle istituzioni, ancora accomunata dall’idea antica
di una separazione netta nella società tra “chi è chiamato a decidere”
(i decisori) e “chi è destinato a subire” (sudditi); specie quando,
di fronte a un referendum, pretende, quella classe dirigente,
a suo modo, maldestramente, senza argomenti di merito,
e comunque di civile dibattito, di giudicare l’iniziativa
di un voto referendario, a sentire l’ex Presidente della Repubblica,
“pretestuosa” e “inconsistente”(senza rispetto per le istituzioni,
le Regioni, e per i suoi Consiglieri, pur chiamati, per riforma,
nonostante l’ agire “pretestuoso”, a sedere nel nuovo Senato!),
e, a sentire il Presidente del Consiglio, una “bufala”.
E un tanto elegante e nobile intervenire al solo fine di giustificare
il non voto. Non altro.
Entrambi, all’unisono, si collocano, così, per sostenere una causa,
fuori dal perimetro della Costituzione. Volontariamente.
In verità, se si ignora la propaganda bufala del Presidente
del Consiglio, è Napolitano a dare un vestito argomentativo,
da Renzi prontamente definito “magistrale”, al diritto
di non andare a votare in una tornata referendaria.
Dichiara Napolitano: ”L’astensione è un modo di esprimere
la convinzione dell’inconsistenza e della pretestuosità di questa
iniziativa referendaria … Se la Costituzione prevede
che la non partecipazione della maggioranza degli aventi diritto
è causa di nullità, non andare a votare è un modo di esprimersi
sull’inconsistenza dell’iniziativa referendaria”.
E nell’interpretazione del Presidente del Consiglio,
il ragionamento diventa: “se un referendum prevede il quorum
la posizione di chi si astiene è costituzionalmente legittima al pari
delle altre. Nel caso di un referendum con quorum sostenere le ragioni
di chi non vuole andare a votare ha la stessa identica dignità
di chi dice sì o no”.
In verità la Costituzione merita una lettura meno arzigogolata
e più serena. Anche nel rispetto dei tempi di ogni operazione.
La Costituzione non prende in considerazione, per l’espressione
del voto referendario, l’astensione (ogni referendum, di per sé,
è sempre degno di partecipazione), non prevede, quindi, l’astensione
quale “modo di esprimersi”, ma valuta, correttamente,
a posteriori, la possibilità, per qualunque causa, di qualunque tipo,
di una non maggioritaria affluenza alle urne con la conseguente
non approvazione del quesito referendario.
La Costituzione è chiarissima: “La proposta soggetta a referendum
è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza
degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti
validamente espressi”.
Far scaturire da un risultato, ex post, un comportamento costituzionalmente
legittimo, non previsto dalla Costituzione,
è operazione argomentativa ambigua.
Per fortuna a scuola la maestra, in una lezione di educazione civica,
semplicemente interpretando correttamente il suo ruolo,
in libertà e onestà, ha spiegato alle sue bambine e bambini,
future persone cittadine, che andare a votare significa non solo compiere
un dovere civico, nel rispetto della Costituzione,
ma significa anche svolgere attivamente, con responsabilità,
il proprio ruolo di cittadina/o educata/o, anticipando, lucidamente,
il pensiero del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi:
“Partecipare al voto significa essere pienamente cittadini”.

Caro ex Presidente della Repubblica, caro pro tempore Presidente
del Consiglio, il vostro parlare, per caso da un alto pulpito,
è ambiguo, infido, non dovuto da parte di leali interpreti
della Costituzione; vero, al contrario, è il discorso di una maestra,
non per caso in un’aula di scuola, perché giunge correttamente
a salvare, tra i banchi, in lealtà istituzionale, la dignità
della persona cittadina.
Forse, ancora una volta, per incontrare semplicità, chiarezza, onestà
intellettuale bisogna guardare in basso.
Tra i banchi liberi di una scuola.
O no?

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