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In ricordo di Claudio Pavone

era un uomo che senza parlare ti insegnava l’abc della vita

di: Franco Astengo,

30 novembre 2016

Categorie: Cultura, Filosofia Politica, Letteratura

La scomparsa dolorosa di Claudio Pavone, partigiano e storico, merita un attimo di riflessione attorno alla sua opera fondamentale di ricostruzione del senso storico e politico della Resistenza e del processo di costruzione della Repubblica.

Claudio Pavone ha saputo interpretare nelle sue opere la parte più drammatica e significativa del ‘900 italiano con eleganza letteraria e profondità di analisi.

Per quanti intendono perpetuare la memoria dei fatti accaduti in quel frangente storico considerando quella memoria il fattore decisivo di un’identità da mantenere e proseguire non solo sul piano storico, le opere di Pavone sono risultate del tutto decisive.

In particolare risulta fondamentale il suo “Una guerra civile: saggio storico sulla moralità della Resistenza” edito da Bollati Boringhieri nel 1991.

Un testo nel quale analizzò i tre livelli del conflitto che scosse il nostro Paese negli anni di ferro e di fuoco tra il 1943 e il 1945: quello civile, quello patriottico e quello di classe.

Si trattò di una grande novità sul piano della teorizzazione, mai tentata in precedenza, cercando di significare l’intreccio tra le tre grandi questioni avvenuto nell’operatività della lotta e, insieme, nella difficile possibilità di riflessione nella coscienza dei protagonisti.

Pavone era capace di non banalizzare i fatti attraverso una visione univoca e totalizzante, ma di cogliere la complessità di una tragedia che fu, insieme, del mostrarsi collettiva e soggettivamente umana.

Di grande importanza (e meno ricordato) nell’opera di Pavone il saggio “Alle origini della Repubblica” (anch’esso edito da Bollati Boringhieri) il cui contenuto assume, proprio in questo momento nel quale siamo chiamati a difendere la Costituzione quale baluardo della democrazia repubblicana,l’idea decisiva che attraverso i programmi della resistenza e l’azione dei Comitati di liberazione nazionale si giunse al nuovo assetto costituzionale.

Un’interpretazione efficace e realistica del motto tante volte citato sulla “Costituzione nata dalla Resistenza”.

Altrettanto importante la concezione della politica che Pavone esprime nel suo saggio sulla guerra civile.

Per concludere allora si riporta di seguito l’incipit del capitolo 8 “La politica e l’attesa del futuro” contenuto proprio nel testo “Una guerra civile 1943 – 45, saggio sulla moralità della Resistenza”.

“La politica e la morale”

Il legame con i partiti e con la loro coalizione nei CLN non esaurisce il rapporto dei resistenti con la politica.

La Resistenza è stata infatti uno di quei momenti in cui la politica si presenta come impegno tendenzialmente totalizzante, non nel senso che tutto sia visto, nella sostanza come politico, ma in quello che molte esigenze importanti aspirano, nell’ansia di realizzarsi, ad assumere una forma politica e insieme con andare oltre in nome del significato profondo che viene attribuito ad un futuro intensamente desiderato.

Quest’atteggiamento, cui non mancarono resistenze, trascinava con sé molte ambiguità; ma era l’opposto, per usare termini del dibattito attuale, sia dalla “autonomia del politico” sia dallo “scambio politico”.

L’agire politico non veniva infatti collocato in una sfera separata, né veniva messo soltanto sul conto dei costi e dei sacrifici, ma già su quello attivo dei benefici.

Nella Resistenza il rapporto fra la politica, intesa come scelta di fini e di valori e dei mezzi per praticarli, e la morale fu dunque centrale, perché l’ampliamento del campo da investire con il giudizio morale non poteva non coinvolgere in primo luogo la politica.

Un partigiano reduce dai Lager ricorda con gratitudine un compagno perché “era un uomo che senza parlare ti insegnava l’abc della vita. Quello si chiamava “fare politica”

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