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Brexit e Articolo 50 del Trattato di Lisbona

“No notification, no negotiation”. Sembra risuonarvi dentro il “no taxation without rapresentation” dei coloni americani all’alba della guerra di indipendenza.

Pare si parli di 80.000 pagine di documenti da visionare, studiare, modificare. 80.000 pagine di negoziati commerciali, bancari, finanziari, che riguardano i rapporti tra Unione Europea e Regno Unito e Regno Unito e resto del Mondo, tutti da studiare e rinegoziare una volta che gli Inglesi non saranno ufficialmente più parte dell’EU.

I rapporti tra i paesi membri dell’Unione Europea sono regolamentati dai trattati che riguardano parimenti i diversi partners. Il Regno Unito faceva un po’ eccezione data la particolare intesa raggiunta nel febbraio di quest’anno, ma restavano in piedi le grandi linee. Ma, referendum docet, il Regno Unito non è più membro dell’Unione, perciò ciascun trattato, accordo e quant’altro, dovrà essere rinegoziato inclusa l’intesa di febbraio che di fatto decade. Dunque non solo Brexit, non solo un voto, non solo una brutta pagina per l’Europa; ma anche un immenso lavoro cui il Parlamento Inglese sarà soggetto per i prossimi due anni (tale la scadenza prevista dall’art. 50 del Trattato di Lisbona 2009, che regolamenta l’uscita di un Paese membro dall’Unione Europea). Ma se le previsioni che si leggono sui giornali sono indicative, sembra che ci vorrà molto di più: 7-8 anni all’incirca, perché spulciare, capire, modificare, e soprattutto ri-contrattare con ciascun Paese con cui gli Inglesi intrecciano rapporti di ogni tipo, sarà operazione lunga e difficile. Di fatto si dovrà ripartire da zero, quando la realtà storica attuale è, invece, la risultante di decenni di relazioni costruite su base comunitaria, ovvero Unione Europea e resto del Mondo. Ora gli Inglesi dovranno fare da soli e ricominciare tutto.

Ma nel frattempo? C’è grande fibrillazione, e non solo in Europa. E non mi meraviglia che ci sia confusione! Certo che siamo tutti incerti! Dalle preoccupazioni più individuali, a quelle sociali, a quelle economiche, ma io direi soprattutto politiche. Ma poi non soltanto europee, perché i trattati contenuti in quelle 80.000 pagine, riguardano i rapporti con il mondo intero. Altra faccia della globalizzazione!

“No notification, no negotiation”. Sembra risuonarvi dentro il “no taxation without rapresentation” dei coloni americani all’alba della guerra di indipendenza.

Ma chi deve notificare? E cosa? I grandi di questa nostra Europa unita si sono espressi così il 28 giugno, alla plenaria del Parlamento Europeo, durante la quale è stata approvata a larga maggioranza una Risoluzione per “uscita rapida” del Regno Unito dalla Unione Europea. Ce l’hanno, quindi, con il Regno Unito: è il Regno Unito il SOGGETTO che deve “notificare”, ed è l’inizio della procedura di uscita dall’Unione Europea, l’OGGETTO della notifica.

Si appellano cioè all’articolo 50 del Trattato di Lisbona 2009. Sì, perché prima del 2009, non c’è traccia di procedure d’uscita dall’Unione. Con questo articolo si norma, invece, la procedura oggi in questione, e gli Inglesi sono i primi a doverla utilizzare. Inutile dire che mi auguro siano anche gli ultimi! Fermo restando, a mio avviso, la necessità di riformare l’Unione Europea, e darle davvero il volto di una Federazione di Stati che non guardi solo all’economia, ma che significhi una realtà politica con un profilo ed una visione, un’attenzione al sociale, ad una democrazia sostanziale, alla pace, ai diritti. E che una politica così, una nuova Europa sappia portarla entro le difficili dinamiche mondiali. Fermo restando questo sogno, dicevo, vorrei vedere in tale incertezza di oggi, SPIRAGLI per dire e fare “ancora più Europa” e non meno Europa. Che non si pensi soltanto alle oscillazioni delle Borse, alle Banche, alla Finanza, insomma, ma che si metta in agenda, e improrogabile, la sofferenza sociale, la mancanza di lavoro, i tagli sempre più stringenti, e che si diano risposte coraggiose, voltando pagina sul serio!

Oggi però l’incertezza si lega a doppio filo con chi ha proposto e votato Leave, Farage, e però adesso sostiene che vuole restare nel Parlamento Europeo senza dimettersi; con chi ha troppo timidamente votato e fatto campagna per Remain, il Primo Ministro Cameron, ma che invece si è dimesso e sostiene che la “notifica”, e quindi la procedura, spettino alla responsabilità del prossimo Primo Ministro; e si lega a doppio filo con chi poi esclude l’ipotesi di incontri informali tra i “nuovi” 27 e il Regno Unito senza, appunto, la notifica; con chi, appunto, sollecita l’applicazione immediata dell’articolo 50.

Un braccio di ferro? Il timore di quanto ora si debba fare? Il voto “Leave” era stato pensato in tutte le sue conseguenze? Che cioè il Regno Unito avrebbe dovuto rinegoziare quelle 80.000 pagine di cui parlavo all’inizio? E però la “fretta” di chi vuole che “il voto popolare sia rispettato” (cosa sacrosanta, ma si spera non strumentale!), e che quindi si avviino le trattative; che, insomma, il Regno Unito si assuma da subito la responsabilità di dare seguito all’articolo 50, non è un po’ troppa? Perché non ci pensano con più calma? Perché, data la storicità del momento, non si fermano a progettare davvero? Spero non sia senso di rivalsa. E spero non sia solo per calmare le Borse e rassicurare le Banche. Se si pensa al rischio “contagio” di altri exit, il modo di fermarli è che si avvii la notifica oppure una riflessione politica profonda?

Uno sguardo all’articolo 50 ci dice

1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.

2. Lo Stato membro che decide di recedere NOTIFICA tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione [….]

3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, DUE ANNI dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.

4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano […]

5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49. (Gazzetta ufficiale dell’Unione europea)

Ne avremo notizia nei prossimi giorni? Intanto la Risoluzione approvata insiste sulla “rapidità”. Sono scettica su “rapidità”, e lo dico in generale. Ma oggi su questa “rapidità” sono ancora più scettica e soprattutto preoccupata. Non credo che un caso inedito e storico come l’uscita del Regno Unito dall’ Unione Europea sia cosa da risolversi con rapidità. Anche se i tempi di uscita reale si prospettano lunghi. Opterei per la calma, che non è sinonimo di temporeggiamento, ma al contrario, è ponderazione oculata e seria. Occorre mettere a fuoco le ragioni profonde di Brexit e saperle contestualizzare in tutto il tessuto geografico, politico ed economico dell’Unione; avere il coraggio di evincere la domanda sociale che emerge dal voto del 23 giugno; e la domanda di democrazia: se i cittadini del Regno Unito hanno voluto Brexit, deve essere chiaro all’Unione il messaggio di critica che esprime: un NO alla sua eccedenza di Mercato e finanza: un NO alla sua poca, troppo poca Politica. Se credo occorra calma è perché ritengo che le Istituzioni Europee dovrebbero genuinamente interrogarsi e rispondere al dramma politico e sociale, e ovviamente economico (in primis) che milioni di suoi cittadini stanno vivendo. E anche alla mancanza di risposte serie e lungimiranti rispetto a quello che agli europei impoveriti, disillusi, estenuati e, aggiungo, disgustati da tanta politica politicante ma inconcludente, interessa di più: uscire dalla crisi ma senza più i “sacrifici” imposti ma, al contrario, con politiche che mettano il sociale e la democrazia al primo posto. E invece accade che dalla politica ci si allontani sempre più. Non dimentichiamo, infatti, che il “fatidico” dato generazionale per cui i giovani avrebbero votato Remain, e gli anziani avrebbero votato Leave è distorto dalla “dimenticanza” che la percentuale di giovani inglesi al voto si attesta al 36%, e basta. Ciò vuol dire il problema, per me, numero uno, e cioè la disaffezione alle cose del mondo e alla politica: quando non si vota chi poi ci governa non è arginato più da nessuna voce critica, allora può fare ciò vuole.

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