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Elogio della Fragilità

Roberto Gramiccia racconta cosa c'è dietro

di: Simone Oggionni,

7 ottobre 2016

Categorie: Cultura, Letteratura

Nel suo ultimo libro, Elogio della fragilità (Mimesis), uscito in questi giorni, Roberto Gramiccia prova a raccontare cosa c’è dietro, cosa c’è prima. Dietro la vita, prima della politica. Dietro l’esistenza, la lotta per la sopravvivenza, il flusso di azioni e reazioni che sostanziano il conflitto quotidiano per non affogare, per rimanere a galla e allo stesso tempo per affermare la propria identità.
E prima della politica, cioè prima del tentativo di organizzare il riscatto degli ultimi.
Dietro la jungla, del luogo dove vige la legge del più forte. E prima della politica, cioè il regno della forza, il ring dello scontro tra compagini organizzate.
Sorprende la discrepanza tra ciò che secoli di storia del pensiero politico ci hanno insegnato e la realtà quotidiana. La politica – da Hobbes a Machiavelli, fino a Gramsci – appunto come regno della forza, tempo e spazio fisico della potenza, dell’azione e del contrasto tra pesi, velocità, energie. Addirittura la politica come libido di potenza, brivido, delirio di onnipotenza. E invece l’esistenza del quotidiano, fatta di fragilità, timore, angoscia, debolezza, dolore, solitudine. Più precisamente: l’angoscia di non sapere dominare la fragilità, di non saperla trascendere. Perché la definizione più giusta di fragilità è proprio questa: l’angoscia della morte.
Gramiccia ci dice che nella storia l’uomo ha tentato sostanzialmente due risposte di difesa e contrattacco: la religione, cioè il riscatto dopo la morte, e la politica, cioè l’assalto al cielo. Ma anche la lettura, il piacere intellettuale, lo studio, l’arte (come reazione allo spaesamento, come tentativo di razionalizzare il sublime).
La verità però è che né la politica né la religione, irrelate, cancellano la fragilità. Essa è realtà umana costitutiva, insopprimibile.
Ancora di più in questi tempi dominati dal neoliberalismo, in cui la fragilità è sociale (la povertà che dilaga, insieme alla disoccupazione e alla disperazione derivante dall’assenza o dalla precarietà del lavoro) ed è esistenziale. Meglio: in tempi in cui la fragilità – la parcellizzazione e la frantumazione di ogni legame sociale – è il nucleo di verità del neoliberalismo.
Allora due spunti. Il primo è che la politica e la religione possono dialogare, possono persino allearsi. Per curare bisogna essere feriti. Noi oggi lo siamo e la cura delle ferite della Terra e del cuore dell’uomo è, allo stesso tempo, la missione storica della nuova sinistra e precisamente ciò cui allude il pontificato di Francesco. Al centro di questo dialogo c’è l’uomo, l’essere umano, la vittima della forza disgregatrice del capitalismo.
Il secondo spunto: oltre il fumo delle categorie astratte della sociologia c’è la persona nella sua unicità. Fuori da ogni dogma, fuori da ogni rigidità: c’è l’essere umano nudo, solo, con le sue impurezze e con le impurezze delle impurezze che, come ci ricorda Primo Levi, sono ciò che vivifica la vita, la molla che carica la Storia. Esattamente come la fragilità di cui ci parla Roberto Gramiccia nel suo ultimo, intenso lavoro.

Simone Oggionni

http://www.reblab.it

Sono nato nel 1984 a Treviglio, un centro operaio e contadino della bassa padana tra Bergamo e Milano. Ho imparato dalla mia famiglia il valore della giustizia e dell’eguaglianza, il senso del rispetto verso ciò che è di tutti. Ho respirato da qui quella tensione etica che mi ha costretto a fare politica. A scuola e all’Università ho imparato la grandezza della Storia e come essa si possa incarnare nella vita dei singoli, delle classi e dei movimenti di massa. A Genova nel luglio 2001 ho capito che la nostra generazione non poteva sottrarsi al compito di riscattare un futuro pignorato e messo in mora. Per questo, dopo aver ricoperto per anni l'incarico di portavoce nazionale dei Giovani Comunisti e avere fatto parte da indipendente della segreteria nazionale di Sel, ho accettato la sfida di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista, per costruire un nuovo soggetto politico della Sinistra, convinto che l’organizzazione collettiva sia ancora lo strumento più adeguato per cambiare il mondo.

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