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Esserci.

Viaggio dentro un mondo dimenticato

di: Elena Frigerio,

6 maggio 2017

Categorie: Salute, Società, Stato Sociale

Ospedale Sant’Anna di Como. Un ospedale nuovo di zecca, con i muri di un beige pallido talmente immacolati che l’occhio vi si perde. Un ospedale che è stato costruito sopra dei rifiuti tossici, di cui la puzza di ‘ndrangheta si sente da lontano. Un ospedale che sulla facciata esterna ha disegnato un imponente albero spoglio, bianco, senza foglie.
È la prima volta che entro in quell’ospedale. La prima amara sorpresa sono stati i parcheggi a pagamento: 1,50 l’ora, di più che parcheggiare in centro a Como. Provo un senso di fastidio nel pagarlo, anche se non so spiegarmi il motivo. Forse trovo semplicemente immorale che qualcuno stia guadagnando sui tanti parenti ed amici che ogni giorno si recano lì per trovare persone ammalate.
Il reparto di psichiatria è al primo piano. I corridoi per arrivarci sono stretti e completamente spogli.
Per entrare nel reparto devo suonare il citofono. Devo mostrare all’infermiera la carta d’identità, perché i minorenni non possono entrare. È per questo motivo che Sara non vede suo fratello di diciassette anni da quando è lì, cioè undici giorni, 264 ore totali.
Quando la vedo lei mi sorride subito. Le chiedo se vuole scendere giù a prendersi una cioccolata al bar che ho visto al piano terra. Lei però dice che non può uscire dal reparto. Nessuno da lì può uscire. Al massimo deve avere il permesso del dottore, e comunque deve per forza esserci la madre, anche se Sara ha diciannove anni ed è maggiorenne per legge.
Entro nella sua camera. Ci sono due letti, due comodini e una porta che da sul bagno. Sopra i comodini ci sono solo diverse bottiglie d’acqua, nient’altro. C’è anche una finestra con le tapparelle abbassate, da cui si vede solo la strada.
Mi presenta la sua compagna di stanza. Ha più o meno la sua età, due piercing in faccia e i capelli di un rosa acceso. È lì seduta sul letto, che parla con la madre.
Sara però non riesce a stare ferma, e in poco tempo si trasforma nella Sara che mi ricordo, quella che ama fare lunghe camminate e parlare con tutti. Usciamo dalla stanza. Noto che tutti i pazienti del reparto popolano il corridoio, chi seduto, chi fermo in piedi, chi camminando avanti e indietro con le cuffie nelle orecchie.
Lei mi presenta a tutti, e io stringo la mano sforzandomi di sorridere. Sento una linea di divisione invisibile tra me e loro, che mi impedisce in qualche modo di essere spontanea. Per ogni persona che incontro mi viene automatico chiedermi il motivo per cui si trova lì. Molti sono giovani. Gli sguardi persi però accomunano tutti.
Il corridoio finisce e noi torniamo indietro. Ci sediamo sul letto e parliamo delle nostre cose, come abbiamo sempre fatto. Io cerco di essere quella di sempre, di raccontare aneddoti divertenti e di fare progetti, ma inevitabilmente mi viene da buttare lì qualche domanda sulla sua situazione.
Mi dice che prende tre pastiglie al giorno. Una le fa “riordinare i pensieri”, un’altra le fa l’effetto opposto, e la terza non sa neanche cosa sia. Sarà per il suo bene, comunque, anche se quando parla Sara sembra spenta, semibuia e vuota come la stanza dove è costretta a stare, ignara di quando potrà uscirvi, anche se di voglia di uscire ne avrebbe tanta. Mi fa vedere alcune foto di Instagram che le piacerebbe replicare a Como. Non vede l’ora di farsi il bagno del lago, in quel piccolo lido un po’ sperduto dove l’acqua è pulita.
Il campo del cellulare però va e viene. Non ha la password del Wi-Fi. C’è, ma è solo per gli infermieri. Non c’è neanche una televisione in camera, e ad un certo punto inizio a chiedermi a cosa faccia lei tutto il giorno a parte dormire.
Per fortuna nello zaino ho sempre qualche libro. Gli lascio quello che stavo leggendo, e lei ne sembra molto felice. Ho anche dei cioccolatini. Lei mi dice che non potrebbe prendere del cibo che viene da fuori, ma li accetta comunque, e subito dopo corre a offrirli agli altri.
Mi ripete spesso quanto è felice che io sia venuta a trovarla. Mi dice che in undici giorni non è venuto nessuno, a parte la madre. Per consolarla le dico che forse i suoi compagni di classe non lo sanno, forse la voce non è girata. Lei però scuote la testa. La professoressa l’ha detto in classe. Tutti lo sanno, ma non è venuto nessuno.
Per un attimo mi immagino la scena di quella classe, che magari ha perso una o due ore di lezione per parlare della compagna che è ricoverata nel reparto psichiatria. Mi immagino ciascuno che dice la sua teoria sulla cosa, sulle cause e su come crede che bisognerebbe aiutarla, ma che alla fine dell’ora tutti se ne tornano tranquilli a casa. Il solo parlarne avrà levato via il problema, avrà sbiancato le coscienze. Lei ormai è “da quell’altra parte”, come se non centrasse più con loro.
Poi penso a come invece sarebbe andata se invece della psichiatria Sara fosse stata ricoverata per un osso rotto. Forse in quel caso avrebbe la camera piena di persone, il gesso pieno di firme e tanti libri da leggere sul comodino. Invece, in quel reparto le visite sono poche. Quando i pazienti si ritrovano a cenare nella sala comune e noi rimaniamo fuori, faccio un conto veloce. Siamo in quattro, compresa me e la madre dell’altra ragazza.
Non dobbiamo aspettare tanto, la cena dura solo un quarto d’ora, durante il quale non si sente il minimo rumore, anche se la porta è aperta. Alla fine, ciascuno torna nella propria camera, in attesa della pastiglia della sera. Sara e la sua compagna di stanza si scambiano due commenti su quanto la ragazza anoressica abbia mangiato un po’ di più rispetto al solito.
Sono le sette e mezza, il tempo delle visite è finito, e Sara mi ringrazia per essere venuta. Quando esco dall’ospedale, però, mi sento demoralizzata. In fondo, non mi sembra di averla aiutata granchè. Eppure ho visto il suo volto felice. Forse perché Sara non aveva bisogno di chissà che grandi cose. Aveva solo bisogno di qualcuno che ci fosse, di un briociolo di normalità. Una cosa semplice, così banale e stupida che nessuna delle sue compagne ci aveva pensato. Saranno state molto impegnate a parlare tra di loro della cosa, a discutere con la famiglia e a scuola, a sprecare tante “povera Sara” e magari anche a giocare a chi è la più dispiaciuta per lei.
Perchè lì dentro, dove i diritti umani trovano giustificazione per essere ridimensionati e compressi, dove i colori sono contati, dove gli sguardi sono dispersi nell’attesa disperata di vedere qualcosa, lo stesso esserci, forse, è un atto che ha del rivoluzionario. Esserci vuol dire che quelle vite non appartengono a degli estranei, che quelle storie hanno un valore che non merita di essere dimenticato dentro frasi di circostanza. Perchè negli occhi di Sara e della sua compagna di stanza si vede l’ombra dell’immaginario futuro di due giovani ragazze, un futuro di cui nessuno vuole prendersi cura.
Lì dentro non esiste la politica, il diritto, la cultura, la stessa essenza della vita. Tutto rimane chiuso fuori da quel corridoio, fino a che qualcuno non entra, non rompe quella barriera, fino a che qualcuno non smette di discutere per scegliere di esserci.

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