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Idomeni: Europa, vergognati!

Intervista a Sabrina Yousfi, attivista, partita con la missione Over the fortress di Melting Pot Europa per portare aiuto ai profughi fermi in Grecia

di: Francesco Samuele,

28 Marzo 2016

Categorie: Diritti, Europa, Politica Estera, Società

Pubblichiamo la prima parte dell’intervista. Chiediamo scusa per la forma e per il linguaggio a volte crudo, ma abbiamo voluto mantenere assoluta fedeltà al racconto datoci da Sabrina in viva voce.

Sabrina, raccontaci l’arrivo in Grecia.
Quando siamo arrivati, la mattina alle 8, ad Igoumenitsa abbiamo trovato la Polizia che, con la “Digos” greca (non conosco il nome usato da loro, ma la funzione è quella) ha perquisito i pullman e parte degli aiuti umanitari, facendoci perdere moltissimo tempo; c’era la presenza di alcuni collettivi che ci hanno atteso, fra cui il centro sociale “Welcome to Taranto”, oltre ad un ragazzo catanese che ha fatto, devo dire, una staffetta davvero incredibile per arrivare in Puglia e poi al porto greco; da lì, ci siamo divisi in due squadre: la prima, un po’ più indipendente, della quale facevo parte io, che si è diretta in un primo momento in un campo con 3000 persone organizzato accanto ad una pompa di benzina sita molto vicino ad Idomeni, a Policastro; gli altri si sono diretti direttamente ad Idomeni. Nel campo di Policastro ci sono tensostrutture dell’UNHCR che, però, le ha abbandonate: non abbiamo trovato nessuno, proprio nessuno di loro; c’erano due o tre volontari di Medici senza frontiere completamente disorganizzati, senza interpreti ed incapaci di parlare la lingua (neppure l’inglese) e, quindi, in terribile difficoltà; per fortuna c’era un’Ong che si occupava principalmente di neonati (perché lì stanno nascendo bambini).

A Idomeni la situazione che abbiamo trovato, all’arrivo la sera al buio, è indescrivibile.

Perchè?

La prima cosa che ti colpisce è l’odore, l’odore che ti sconvolge: c’è un odore di bruciato, costante, oltre a tutti gli altri odori “fisiologici”. Bruciato di plastica, plastica bruciata ovunque che spande una nebbia di fumo su tutto il campo. Poi, ti colpisce la sensazione, per così dire, di surrealità: guardavo, ma guardavo sempre attraverso uno schermo. Io vedevo, ma non riuscivo a realizzare ed a razionalizzare ciò che mi stava davanti, perché è veramente surreale e purtroppo bisogna veramente esserci per capirla, questa cosa.

Avete fatto tappe lungo il percorso? Avete avuto problemi lungo la strada?

Ci siamo fermati in altri campi, dividendoci poi nelle due squadre di cui vi ho raccontato; il sabato pomeriggio non abbiamo avuto alcun problema ad entrare ad Idomeni;da lì, però, abbiamo capito che c’era un’aspettativa particolare nell’aria, sicuramente eccessiva: sia i migranti, sia le varie Ong presenti nel campo pensavano che noi stessimo andando lì per sfondare, per abbattere la recinzione di confine con la Macedonia. Voglio precisare che questa non è mai stata la nostra intenzione; appena arrivati abbiamo detto ai tantissimi migranti che ce l’hanno chiesto che il giorno dopo non avremmo fatto assolutamente nulla di tutto ciò ma che ci saremmo limitati a consegnare gli aiuti ed ad aiutarli quanto più possibile sia dal punto di vista legale, data la presenza di moltissimi minori non accompagnati, che dal punto di vista sanitario, che infine dal punto di vista della mediazione: queste persone, infatti, hanno tantissimo bisogno di parlare e di sentirsi considerati.
Il secondo giorno, invece, non ci hanno proprio fatto entrare: il blocco era stato organizzato sulla superstrada a cinque chilometri dal campo, con due furgoni della polizia di traverso sulla strada, dai quali sono scesi agenti antisommossa. A quel punto abbiamo deciso di fare un sit-in, mentre nel frattempo ci hanno raggiunto alcuni giornalisti di varie testate (addirittura anche cinesi).
Il sit-in è durato circa due ore e mezza, nel corso delle quali ci siamo avvicinati sempre più alla polizia (che, comunque, ha sempre tenuto un atteggiamento inoffensivo); nel frattempo ci ha raggiunto un collettivo di Salonicco. Quando, detto fra noi, stavamo quasi per mollare per dirigerci verso altri campi (numerosissimi i campi di fortuna sparsi in giro, nei quali la situazione non è dissimile da quella di Idomeni) la Polizia ha tolto inaspettatamente il blocco, forse grazie al fatto che ognuno di noi aveva fatto presente che si stava perdendo del tempo prezioso e mostrando le scatole di aiuti che avremmo portato, dai medicinali al cibo ai vestiti.
Ad Idomeni, nel frattempo, c’erano state delle occupazioni sui binari dei treni e delle proteste da parte dei rifugiati; comunque, al nostro arrivo, abbiamo ribadito che la nostra missione era solo di volontariato e che non avremmo sfondato le barriere di confine.

Che situazione avete trovato lì?

Il campo non è istituzionalizzato ed organizzato; non è neanche militarizzato, non c’è la presenza massiccia dell’UNHCR che, invece, altrove ha organizzato campi di accoglienza con tende e punti di raccolta; non c’è niente di tutto ciò. Ci sono dodicimila, dico dodicimila persone, delle tende ed una serie di associazioni molto piccole e provenienti da diversi paesi europei (ad esempio Germania, Svezia, Ungheria, Macedonia, Spagna con medici), ma non c’è assolutamente alcun tipo di organizzazione . Ci sono molte associazioni che cucinano, con volontari che cucinano per quattordici-sedici ore di fila la stessa zuppa che è, comunque, insufficiente; la situazione alimentare complessiva è davvero insufficiente, così come la situazione sanitaria, nonostante gli enormi sforzi dei pochi volontari presenti.
Le donne che partoriscono lì non riescono più ad alzarsi dal giaciglio in cui hanno dato la luce al loro bambino; siamo andati noi, tenda per tenda a distribuire i primi vestiti e coperte per i neonati, o talvolta ci mandavano i fratellini più grandi con richieste di aiuto. La disperazione è totale.
E’ veramente difficile capire da dove iniziare quando devi dare una mano, anche perché i profughi ti prendono d’assalto appena vedono un volontario e spesso si creano, purtroppo, situazioni di tensione o di pericolo. Inoltre, come si può ben immaginare, le condizioni igieniche sono tremende, non c’è la possibilità di fare una doccia, i bagni chimici sono ormai al collasso.
All’interno del campo, purtroppo, si stanno creando le fazioni e ci sono le faide, soprattutto tra afghani e siriani e non tanto tra curdi ed arabi; tanto che nei giorni precedenti ci sono stati problemi anche importanti, con accuse anche molto gravi, anche di violenze a donne. Io non so dire, non ho fonti in merito.
La situazione dei minori, soprattutto i più piccoli, è disastrosa: stanno tutti, tutti molto male, completamente scalzi, sporchi, con una tosse tremenda; vestiti insufficienti, senza cappelli e sciarpe e quindi esposti al freddo ed alle intemperie, con la pioggia molto frequente ed il fango che arriva da tutte le parti e impedisce gli spostamenti.
In alternativa al campo di Idomeni, molti profughi hanno trovato rifugio in ex stalle all’interno delle quali accendono comunque dei fuochi; altri hanno trovato rifugio in una vecchia ferrovia abbandonata, anche qui scaldandosi con dei fuochi.
Ripeto: la situazione è davvero impossibile da immaginare se non la si vive direttamente. Le donne e gli uomini sono stanchi, non ce la fanno più.

Cosa ti chiedono?

La cosa che ti chiedono di più è di raccontare la loro storia, di far capire al mondo che sono degli esseri umani. Ed è incredibile, ma mantengono comunque la loro dignità: non hanno mai chiesto, a nessuno di noi, dei soldi, ed al contrario si preoccupano solamente di far capire che anche loro, come noi, sono esseri umani e non degli animali.

Francesco Samuele

Sono nato a Roma nel 1967, ho vissuto in Molise fino a 18 anni, poi per ragioni di studio ho vissuto prima a Teramo, poi a Parma dove mi sono stabilito definitivamente. Laurea in giurisprudenza, con tesi in Diritto delle assicurazioni. Faccio politica da oltre 25 anni, dal movimento studentesco della Pantera, per approdare tra le file di Rifonzazione comunista, partito nel quale sono stato per anni in segreteria provinciale, occupandomi di economia, lavoro e welfare. Ho lasciato Rifondazione nel 2014 e da allora lavoro, con la comunità di passioni di Esse per un nuovo, grande Partito della sinistra. Attualmente sono membro del Comitato operativo regionale dell'Emilia Romagna di Sinistra Italiana, nonchè co-portavoce provinciale.

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