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La storia di F.

Storie di ordinaria precarietà 2

F. è una giovane ragazza di 25 anni, piccola di conformazione ma grande nelle sue ambizioni. Dopo aver viaggiato e vissuto in diversi Paesi europei, con in tasca una laurea con voto 110 ed un anno di esperienza lavorativa, decide di trasferirsi a Bilbao in cerca di fortuna. Nel suo piccolo villaggio portoghese le condizioni di lavoro sono molto gravi. Il nonno le raccontava sempre che a Nord il vento della fortuna soffia più forte; così ha fatto le valigie, un biglietto di sola andata ed è partita.
 
Appena arrivata, la fortuna però sembrava non girare dalla sua parte; cercando un impiego qualsiasi pur di potersi mantenere, le sono stati offerti lavori da “ragazza immagine” in discoteca, volantinaggio porta a porta, Face2Face per organizzazioni non governative e così via.
Dopo svariati colloqui inconcludenti, la fortuna sembra finalmente bussare alla sua porta. C’è infatti un connazionale che lavora nell’ambito in cui lei ha già un percorso professionale, di cui inoltre possiede già le competenze richieste.
Organizzato un incontro con questo signore, le viene offerta una posizione interessante ma con un contratto a progetto; l’associazione non può permettersi di contrattare nuove persone con salario fisso. “Più lavorerai e più guadagnerai” le dicevano. Così, a partire dalla settimana seguente, inizia con passione a presentarsi puntuale ad ogni giornata lavorativa, dalle 9:30 alle 18:30. Partecipa a riunioni, conferenze, progetti in corso con estremo interesse. Le erano state promesse grandi cose se si fosse impegnata con anima e corpo.
La vita di F. torna nuovamente rosea, in una città nuova e piena di grandi opportunità.
 
Nel frattempo salta fuori un lavoro part-time che d’ora in poi chiameremo ‘secondo lavoro’. “Non è il massimo” pensava “ma riuscirò così a coprire le spese mensili mentre aspetto di guadagnare di più nell’altro lavoro”.
Una volta tornata a Bilbao dalle vacanze di Natale trascorse con la sua famiglia, grandi cambiamenti la attendono. Il primo capo di F. inizia a cambiare la relazione con lei: il rapporto umano che intercorreva tra loro inizia lentamente a prendere una piega di grande subordinazione ed autorità.
F. torna a casa ogni giorno alle 19:30, con una breve pausa pranzo ricavata dall’intervallo di tempo che intercorre tra il primo ed il secondo lavoro. Ciò che guadagna alla fine del mese non riescono a renderla economicamente indipendente. Lo stress accumulato dalle sue giornate intense la portano anche a scontrarsi con il suo ragazzo, che a sua volta si preoccupa ripetutamente per lo stato di salute fisico e mentale di F.
 
Nel primo lavoro le cose si fanno sempre più aspre. Gli stagisti che le ruotano intorno raccontano che il capo è sempre più esigente ed infelice del lavoro di F., dunque l’impegno di quest’ultima comincia a moltiplicarsi pur di apparire bene agli occhi del capo e di rimediare a cose che lo rendono infelice, anche se F. non riesce a capire o anche solo a notare i suoi errori. Il capo le dice ripetutamente che non possono essere questionate le sue decisioni, che quest’ultime sono ordini più che suggerimenti.
Così, questo rapporto composto già di parole dette a mezza bocca culmina con l’inizio di commenti sessisti nei confronti delle donne in generale, prima mentre F. non era in ufficio e successivamente anche in sua presenza. F. si irrigidisce, non capisce cosa stia spingendo quest’uomo ad adottare un atteggiamento così scontroso nei suoi confronti e nei confronti di tutte le donne del mondo. Cerca il dialogo, un’argomentazione, ma non trova nessuno dei due. Il rapporto tra i due si fa sempre più falso ed F., non abituata a certi “giochi d’ufficio”, cade in delle mini depressioni che la portano a dubitare della sua stessa vita, delle sue scelte e – cosa più importante – delle sue grandi ambizioni di piccola donna.
“La colpa è solo mia, non sono abbastanza per questo lavoro, non sono abbastanza per questa città, forse dovrei semplicemente accettare la sconfitta e tornarmene a casa in Portogallo”.
Grazie anche al sostegno del suo ragazzo, ricomincia a dare il massimo e a mostrarsi disponibile a qualsiasi ora del giorno della settimana per il suo capo. Quest’ultimo inizia a pretendere sempre di più e sempre meglio, continuando con i suoi commenti maschilisti in ufficio, dove ovviamente F. è l’unica donna.
Circa 600€ sono il totale di quanto F. è riuscita a guadagnare nel corso della sua permanenza a Bilbao solo con il primo lavoro. Stiamo parlando di circa 85,70€ al mese.
Il capo di F. inizia a prendersela con lei senza apparenti motivi. Giudica male e con pregiudizi il suo lavoro senza lasciar spazio alla spiegazione di F.
Il clima diventa così pesante che durante un fine settimana F. prende la decisione di lasciare il lavoro, nonostante un ingresso di denaro sia previsto durante i prossimi mesi. “La mia dignità non vale 500€” si ripete continuamente.
 
Con l’intento decisivo di abbandonare questo lavoro ormai degradante, il suo capo la definisce una “femminista sinistroide arrogante e presuntuosa”, oltre che un’ingrata, visto che sta lasciando un lavoro che le avrebbe aperto chissà quali grandi porte al mondo del lavoro e che proprio adesso stava iniziando a mostrare i suoi frutti.
Durante il loro scambio di parole, il suo (ex) capo si giustifica dicendole che nulla è regalato nella vita, tutto si suda e, soprattutto quando si arriva in uno Stato straniero, bisogna soffrire durante i primi periodi perché anche lui a sua volta soffrì quando arrivò a Bilbao.
Una logica abbastanza vendicativa nei confronti delle nuove generazioni. Logica che purtroppo spesso si applica agli stagisti ed ai nuovi arrivati in un ambiente di lavoro, quasi come se fosse una legge di contrappasso non scritta di puro nonnismo.
 
Eppure, sorridendo, F. pensa tra sé e sé che se un capo del genere la definisce una “femminista sinistroide arrogante e presuntuosa”, significa che sta facendo bene il suo lavoro e soprattutto il suo dovere di donna che difende i propri diritti e la propria dignità. Ne è forse valsa la pena rinunciare a delle (finte) promesse che le sono state fatte in un momento particolare della sua vita in cui cercava qualcosa a cui appigliarsi.
F. ha ragione, la sua dignità non vale 500€. I suoi diritti di lavoratrice sono inalienabili.
Combattiamo l’individualismo e sosteniamo F. con i racconti delle esperienze infelici che avete attraversato durante il vostro lavoro.
Affinché la vita di F. e la vita di migliaia di giovani in difficoltà non restino un caso isolato, ma diventino un megafono pronto a gridare che noi tutti restiamo uniti per difendere i nostri diritti e pretendere una vita migliore.
 
 
Raccontatemi le vostre storie

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