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LA FIGC non può più essere governata dai Club

Chi governa deve occuparsi anche di sport

di: Luca Garau,

14 novembre 2017

Categorie: Sport

C’è un filo che lega la telefonata di De Gasperi a Bartali, all’alba dell’attentato a Togliatti, per chiedergli disperatamente di vincere il tour nonché l’esultanza smodata e catartica di Pertini alla vittoria dei Mondiali di calcio dell’82, con la stagione terroristica alle spalle.
Il filo è il riconoscimento dell’importanza del sentimento sportivo e delle sue ricadute, sia nella politica interna sia nella politica estera.
Oramai questa consapevolezza è sfumata, annacquata dai milioni di euro che ruotano attorno al fenomeno mediatico che lo sport rappresenta. Anche su questo campo (mi si perdoni la facile metafora) è in vantaggio la moneta.
Nulla contro la monetizzazione dello spettacolo sportivo, sia chiaro, e lungi da me iniziare un pistolotto pauperistico e populista sugli stipendi di calciatori e simili.
Ma è fuori di dubbio che chi governa la cosa pubblica debba urgentemente occuparsi di governare lo sport.
Su due fronti: uno normativo e uno squisitamente esecutivo.

Il primo intervento necessario è l’inserimento del Diritto allo Sport in Costituzione.
Non come mera enunciazione, ma come presupposto normativo per tutta una serie di interventi che partendo dall’assioma che un cittadino che fa sport rappresenta un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale, favorisca e incentivi l’esercizio del diritto allo sport.
E quindi un piano nazionale per l’edilizia sportiva, un sistema fiscale e soprattutto amministrativo, di vantaggio per le società sportive, un sostegno concreto, monetario, ai Comuni per il supporto alle realtà sportive locali.
E soprattutto, l’equiparazione del diritto allo sport al diritto alla salute, e quindi la detraibilità totale delle spese sostenute per l’attività sportiva, non solo per i figli dai 5 ai 18 anni, ma anche per la propria, la possibilità di assentarsi dal lavoro per lo svolgimento di competizioni sportive riconosciute.
In ogni modo possibile, tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali devono essere messi nella concreta condizione di praticare agevolmente lo sport.

Il secondo intervento, come si diceva, squisitamente esecutivo, è una riforma strutturale del CONI e delle singole Federazioni, così da incrementarne il ruolo di promozione sportiva interna e di promozione nazionale estera.
Le singole Federazioni e in primis il CONI devono riappropriarsi della loro funzione primaria e della loro posizione di controllo. Non possono essere più succubi dei Club e delle logiche massmediatiche, ma devono esercitare con autorevolezza le proprie prerogative di gestione, guida e direzione dello sport nazionale.
La Nazionale, di calcio, pallacanestro o atletica, deve tornare a essere l’ambizione principe di uno sportivo, e non un’incombenza da evadere nel modo più veloce e più indolore.
Essa deve altresì riappropriarsi del ruolo di ambasciatrice dell’eccellenza nazionale all’estero.

L’esclusione dai Mondiali di Calcio di Russia 2018 è un fatto storico, non accadeva dal 1958.
Dal 2006 a oggi si è passati dall’essere campioni del Mondo a non potersi iscrivere alla competizione. Senza nessuna ipocrisia, possiamo assolutamente affermare che un Mondiale di calcio senza la nazionale italiana è un qualcosa che mai ha sfiorato il nostro immaginario collettivo nazionale.
La delusione per l’esclusione da Russia 2018 deve trasformarsi in un orgogliosa voglia di riscatto e in un rinnovato attaccamento alla maglia azzurra. Per i tifosi, per gli atleti, per i dirigenti.

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