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In ricordo di Fidel Castro

Hasta la victoria Siempre

E’ scomparso Fidel Castro: annunciando l’evento luttuoso il fratello Raul ha concluso con “Hasta la victoria siempre”, la frase “storica” che riempie il cuore di tutti quanti hanno creduto nella rivoluzione cubana come simbolo di liberazione e di riscatto dei popoli oppressi.

Il giudizio sull’operato politico del “leader maximo” dovrà però essere assegnato dalla Storia (quella con la S maiuscola) perché tante e tali sono state le contraddizioni nella sua opera da richiedere un’analisi attenta e approfondita che finora non è neppure appena cominciata.

Anche se leggeremo fiumi d’inchiostro e ascolteremo da radio e TV ore e ore di parole.

Alcuni flash possono essere ricordati:

1) La vittoriosa rivoluzione dei barbudos rappresentò, prima di tutto, uno squarcio in quello che era il clima di allora nella guerra fredda. Gli USA non avrebbero potuto più disporre di un pezzo importante del loro “cortile di casa”, quello gestito dal regime corrotto di Fulgencio Batista. Ci trovavamo al centro di un momento storico che si riteneva fondamentale per uno sviluppo diverso nella storia del mondo: era iniziato il “disgelo” kruscioviano; dodici mesi dopo si sarebbe avviato il processo della nuova frontiera kennediana; era avviato, in Africa e in Asia, il grande processo della decolonizzazione; cinque anni prima a Bandung si era costituito il movimento dei non allineati;

2) Due anni dopo la giovane rivoluzione cubana fu sottoposta alla prova del fuoco: quello dello spiegamento dei missili sovietici sul suo territorio, puntati direttamente verso gli USA distanti 90 miglia. Si trattò di un braccio di ferro che lasciò il mondo con il fiato sospeso, poi risolto da un compromesso i cui contorni reali forse sono ancora ignoti. L’anno precedente gli USA avevano tentato lo scellerato sbarco della Baia dei Porci, a Berlino si era eretto il muro. Il quadro internazionale ripiegava così bruscamente sul rinnovo della “guerra fredda” e Cuba si allineò inevitabilmente abbandonando l’idea dei “fuochi rivoluzionari”. Castro restò a governare l’isola sotto l’egida sovietica, avamposto davvero “in partibus infidelium” mentre Guevara tentò avventure rivoluzionarie in Africa e in America Latina fino a trovarvi la morte, nel 1967 in Bolivia.

Così riassunta in pillole l’epopea rivoluzionaria cubana nella sua origine e nella sua evoluzione: Castro non era un comunista in origine, lo giudicò così anche Nixon, vicepresidente che lo ricevette pochi mesi dopo la revolucion mentre il presidente Eisenhower continuò a giocare a golf a Camp David. Ma non lo divenne soltanto per dipendenza dall’URSS : l’idea di riscatto del popolo cubano, dell’assegnargli dignità e possibilità di curarsi e di studiare (sanità e scuola : i due pilastri della gestione castrista del potere) lo portarono naturalmente a collocarsi nell’ambito di quella che – al tempo – era possibile definire identità comunista.

In realtà la rivoluzione cubana ha vissuto tre fasi.

Una prima fase dal 1952 al 1958 antimilitaristica e libertaria; una seconda dal 1959 al 1960 antimperialistica e anticapitalistica; una terza, cosiddetta socialista, dal 1961 in avanti, almeno fino alla caduta del muro di Berlino.

E’ il caso allora, proprio nel giorno della morte di Fidel Castro, di ricordare cosa fu la rivoluzione cubana.

Il popolo cubano, attraverso le nazionalizzazioni, recuperò le sue ricchezze, terre, mari, spiagge, miniere.

Eliminò la borghesia, i proprietari terrieri, l’apparato culturale capitalistico.

Il popolo cubano vinse l’analfabetismo, creò nuove strutture sanitarie (rimaste all’avanguardia fino ai nostri giorni).

Si può affermare senza tema di smentite che la rivoluzione cubana sia stata, per la prima volta nella storia, una rivoluzione fatta interamente dal popolo, che distrusse il capitalismo senza avere alla sua testa un partito comunista.

Risultò centrale il ruolo delle istituzioni create nella lotta contro Batista, dai sindacati soprattutto, e dalla stampa.

Esse garantivano alla rivoluzione il suo carattere radicale e, allo stesso tempo, non repressivo.

Le responsabilità degli USA al riguardo di questo processo furono enormi: essi, anche e soprattutto con la presidenza Kennedy, restarono convinti che la piccola isola non avrebbe potuto resistere al blocco americano (che dura tuttora nonostante la visita di Obama dell’anno scorso e le relative aperture di Raul Castro).

Gli USA provarono, come abbiamo già ricordato, a spezzare quasi sul nascere la rivoluzione cubana, con l’invasione della Baia dei Porci nel 1961: invasione eroicamente respinta da un esercito privo di aviazione.

Questo attacco risultò alla radice di due fenomeni intrecciati che portarono all’evoluzione del sistema politico cubano e all’assunzione di un potere personale da parte di Fidel Castro : il caudillismo, insito nella logica politica del continente latino americano, e l’assunzione del modello sovietico quale logica reazione.

Un connubio quello tra caudillismo e modello sovietico perfettamente adattato a quello che all’epoca fu definito “Terzo mondo”.

Nacque così la grande contraddizione del castrismo, dalla quale originò anche un movimento di storie per certi versi analoghe anche se articolate nella loro realtà, che hanno percorso e percorrono l’America Latina, fino ai nostri giorni.

Fidel Castro non fu un modello ma sicuramente un punto di riferimento per un intreccio di nazionalismo, collettivismo, antimperialismo ( imperialismo inteso come dominio degli USA).

In seguito il declino anche fisico e il continuo evolversi delle difficoltà di Cuba sempre sottoposta al “bloque” nordamericano: di questa fase, però, si occuperà la storia.

Oggi, nel giorno del lutto, vale la pena tornare con la memoria ai giorni della Rivoluzione, allo scatto d’orgoglio che percorse il mondo: Hasta la victoria siempre.

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