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Tutta la verità sul velo islamico

Cose da sapere prima di dire la propria sul velo islamico

di: andrea colasuonno,

8 Mar 2016

Categorie: Gli Speciali, Reportage

Il tema del velo islamico attraversa da decenni il dibattito delle società occidentali come di quelle mediorientali. Lo fa come un fiume carsico, visibile nel caso di determinate circostanze d’attualità e nascosto, ma pur sempre attivo, il resto del tempo. Quel pezzo di stoffa che copre i capelli di molte donne musulmane, interseca questioni sociali, politiche, teoretiche e filosofiche fra le più discusse e irrisolte: la condizione della donna, la libertà di culto, la possibilità di autodeterminarsi, il rapporto privacy-sicurezza, la difesa della dignità umana. Di qui la sua ostinata pervasività. Ma davvero chiunque prenda parola sull’argomento ha gli strumenti per dire la propria?

Già parlare di velo al singolare sarebbe un errore, le tipologie esistenti sono almeno 4. Quello più comune, usato dalla stragrande maggioranza delle musulmane, è l’Hijab, il velo che copre il capo e al massimo il collo, lasciando scoperto il viso. A seguire lo Chador, usato per lo più in Iran, un largo mantello nero che copre capo e spalle arrivando fino ai piedi, ma lasciando scoperto il volto. Ancora il Niqab, usato in Arabia Saudita e paesi limitrofi, anch’esso nero, copre il viso e presenta una fessura all’altezza degli occhi. Infine il Burqa, tipico dell’Afghanistan, è un ampio telo di colore azzurro che copre tutto il corpo, compreso viso e occhi, alla cui corrispondenza è applicato un tessuto traforato.

È obbligatorio per le donne musulmane mettersi il velo?

Le donne che decidono di portarlo devono coprirsi in presenza di tutti gli uomini con cui non c’è legame familiare, mentre possono mostrarsi a capo scoperto, oltre al marito, a tutti coloro con cui non è possibile sposarsi (figli, nonni, zii, fratelli, nipoti). Gli stati che lo prescrivono per legge sono in larga minoranza: Iran, Arabia saudita, Afghanistan.

Gli altri paesi a maggioranza musulmana, se pure spingano al suo uso tramite pressioni religiose e culturali, rimettono alla singola donna la scelta. A riprova di ciò si può far notare come non utilizzino il velo, pur essendo musulmane: Rania la regina della Giordania, Salma Ben-nani moglie del re del Marocco, Asma al-Akhras moglie di Assad “presidente” della Siria, Suzanne Mubarak moglie dell’ex presidente egiziano e Leila Ben Ali moglie dell’ex presidente tunisino.

Il Corano prescrive l’utilizzo del velo?

Il testo non ne parla esplicitamente, tuttavia per molti esegeti è chiaro che lo prescriva, mentre per una minoranza di riformisti, non è possibile giungere a una conclusione simile. I versetti attorno ai quali gira il dibattito sono il 31 della sura XXIV, il 59 e soprattutto il 53 della sura XXXIII. Questo recita “E quando domandate un oggetto alle sue spose, domandatelo restando dietro a una tenda: questo servirà meglio alla purità dei vostri e dei loro cuori”.

È abbastanza pacifico per gli storici il fatto che l’usanza per le donne di coprire il capo esistesse già prima della nascita di Maometto. Era una pratica prevista per le donne di alto rango e proibita alle altre. Per questo le 11 mogli del Profeta usavano il velo, senza tuttavia che a ciò corrispondesse una loro esclusione dalla vita pubblica. Alcune di esse (Khadija, Aisha) ebbero ruolo di guida, una volta morto Maometto, nella gestione e l’espansione dell’Islam.

Esiste il velo fuori dal mondo islamico?

Il velo fa parte dei miti fondativi di tutte e tre le religioni monoteistiche. L’italiano in questo caso ci viene in aiuto chiamandole religioni “ri-velate”. Il velo nell’Islam s’impose allora per imitazione di consuetudini di altri popoli, nello specifico gli assiri, i greci e i romani (in cui era usato dalle donne delle classi alte). Si può dire che l’uso di questo capo sia stato un costume dei popoli del Mediterraneo per molti secoli, al di là delle loro specifiche religioni.

Nella Prima lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo, prescrive come obbligatoria la regola per le donne cristiane di coprirsi il capo durante la preghiera. Tertulliano nel De Virginibus velandis, testo controverso, prescrive il velo per le donne ogni qualvolta queste escano di casa. Nel Corano, curiosità non secondaria, la prima volta che appare il termine “hijab” è in relazione a Maria, madre di Gesù, che si nasconde dietro a un velo in attesa del figlio.

Le musulmane hanno sempre portato il velo?

A cavallo fra il XIX e il XX secolo il Medio Oriente fu attraversato da un grosso dibattito circa l’opportunità di dismettere il velo. Tutto il Novecento, fino alla fine degli anni ’70, si può considerare il secolo del suo abbandono. Il primo paese a prodigarsi per questo fu la Turchia dove Kemal lo vietò espressamente. Lo stesso fece in Iran lo shah Reza Pahlavi nel 1936. In Tunisia negli anni ’20 ci fu una vera e propria campagna contro il velo, mentre in Egitto, negli anni ’40 e ’50, era raro vedere donne velate al Cairo o ad Alessandria, semmai resistevano nelle aree rurali.

Dagli anni ’70 in poi, con grande sorpresa di molti, si è avuto un ritorno al velo. Le cause sono molto dibattute, fra le più certe c’è la disillusione per il mancato avvento di democrazia e sviluppo economico, negli anni post-indipendenza. Le donne sono state protagoniste, più che vittime, di tale rinascita: a darvi inizio furono per lo più studentesse universitarie. In seguito conferenze, programmi TV, blog, libri e bambole velate come Fullah o Razanne, hanno incoraggiato le musulmane a un ritorno all’hijab.

Se sono tutte coperte, in cosa consiste la femminilità per le musulmane?

In Occidente è idea comune che una donna che porti il velo lo faccia per rendersi invisibile agli occhi di tutti. In realtà l’Islam prescrive al genere femminile di essere discreto, ma non mortificato. Il corpo deve essere curato e valorizzato. Sotto il velo i capelli possono essere tinti e acconciati nella maniera desiderata. Ci si può profumare, si possono truccare occhi e labbra, si possono decorare unghie e mani con l’henné. È solo richiesta attenzione nell’uso di cosmetici halal, cioè privi di alcool e di derivati di animali considerati proibiti.

Le ragazze hanno di solito corpose batterie di veli da abbinare ai colori degli abiti. Gli hijab possono essere personalizzati tramite il modo di indossarlo o scegliendo creativamente pinzette, spille, perline e brillantini atti a tenerlo fermo e a renderlo unico al tempo stesso. Nel 2013 i paesi musulmani hanno speso 340 miliardi di euro in vestiti e calzature e, stando alle proiezioni, arriveranno a spenderne 450 nel 2019. È recente la notizia che gli stilisti Dolce & Gabbana abbiano lanciato Abaya, la loro prima linea di abiti dedicata alle donne musulmane, intuendo il potenziale enorme di un mercato simile.

Odysseo

andrea colasuonno

Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.

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