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La rabbia di un popolo senza volto, le colpe di una sinistra muta: ecco da dove ripartire

La voce soffocata di un popolo fantasma

di: Alessandro Gilioli,

25 febbraio 2016

Categorie: Archivio

Certo, ha ragione Simone Oggionni quando scrive qui su Esse che «non c’è più tempo», che bisogna fare in fretta, e che è necessario «mettersi a disposizione di un nuovo percorso». E hanno ragione Paolo Hutter Oliviero Beha quando scrivono che invece di baloccarsi con l’antifascismo di routine sarebbe meglio guardare a «chi sta davanti, più importante di chi ci sta dietro».

Poi però c’è la realtà testarda, quella con cui è sempre difficile fare a pugni. La realtà non solo di un ceto medio frastagliato e rabbioso, proletarizzato da cinque anni di crisi, ma anche di una sinistra che per «latitanza da ogni progetto» non è incolpevole nell’esplosione di questi moti invernali. Una latitanza che si è declinata non solo nell’appoggio acritico alle misure economiche degli ultimi due anni (e all’ideologia sottostante), ma anche nell’assenza di una qualsiasi rete territoriale di confronto e di conforto sugli effetti della crisi, dell’euro, dell’allargamento della forbice dei redditi.

Onestamente: a chi si è potuto rivolgere in questi anni il “popolo dei senza tredicesima”, cioè quella multiforme massa di lavoratori che sta nell’oceano dei precari, delle ditte individuali, delle partite Iva, del piccolo commercio, del terziario digitale senza regole – o semplicemente della disoccupazione?

Non ai sindacati, troppo impegnati nel preservare la propria riserva indiana di dipendenti e pensionati; men che meno al Pd (viene da ridere solo all’idea); e neppure al welfare pubblico, straziato dai tagli. Quindi si è attaccato alla famiglia, finché ha potuto: finché cioè i risparmi non si sono esauriti. Magari ai discount o ai mercatini ambulanti. Nei casi peggiori alle mense della Caritas, sempre più piene di drop-out e di padri separati.

Poco altro, pochissimo altro. Chi ha potuto, si è agganciato semmai alle conoscenze, alle relazioni personali: accentuando così quella frattura tra sommersi e salvati di cui ha scritto un anno fa Michele Ainis, che sottolineava profeticamente la solitudine crescente e furiosa di chi è stato abbandonato a se stesso.

Qual è allora, in questo quadro sfrangiato e disperato,  il compito che possiamo svolgere, qual è «il percorso» di cui cui «metterci a disposizione» in fretta?

L’abbaglio più grande, gemello siamese della tentazione più illusoria, sarebbe credere che la risposta sia semplicemente in un nuovo – ennesimo – “partito” di sinistra. Non è la risposta giusta non perché manchi lo spazio politico (anzi!) ma perché oggi non è più credibile, affidabile, “delegabile” chi pensa di poter aggregare e canalizzare il disagio sociale in una sigla che punta a cariche elettive.

Occorre farsene una ragione: chiunque oggi si proponga come portatore nelle istituzioni di una proposta viene percepito come un arrivista che punta solo a una poltrona, a un pezzo di potere, a qualche privilegio. A sistemare se stesso e i suoi cari. A crearsi una rete di protezione e perpetuazione personale. Per quanto possa essere generoso, autenticamente solidale e spinto da ideali di giustizia, chi oggi si propone in politica (come individuo o come gruppo) è destinato alla lontananza (se non al disprezzo) proprio da quelli che vorrebbe rappresentare, “i sommersi” del Paese. Del resto, i tentativi vecchi e nuovi di rappresentanza a sinistra sono tutti qui, con i loro dolorosi  fallimenti, a urlarcelo.

È quindi da cercare e da trovare altrove, il percorso di cui mettersi a disposizione.

Ed è su questo che qui forse è utile aprire la discussione, raccogliere le idee, alimentare il confronto. Perché le case history virtuose nel mondo non mancano: dalle iniziative d’aiuto sociale “porta a porta” che sono state fondamentali nel creare e indirizzare i grandi movimenti della Primavera araba alle attività di organizzazione dei contadini senza terra in America Latina. Fino ai gruppi di scambio, di acquisto, di riuso, di coworking e di socializzazione dei beni che stanno nascendo in molteplici forme in tante aree del pianeta.

Solo “charity” o “cooperazione”? No, non scherziamo. Quello è il primo step. La base di partenza. Conta molto di più il processo che viene dopo, che pure dal primo non può e non deve essere staccato mai: la coscientizzazione, la crescita comune, la pedagogia così come la concepiva Paulo Freire, cioè «le persone che si educano insieme con la mediazione del  mondo».

Cioè la politica, alla fine: quella vera.

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