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Il Belgio spiegato da Tony Judt

Il grande storico in un articolo di quasi 20 anni fa spiega le falle e le contraddizioni del Paese divenuto oggi il covo dei jhiadisti europei

di: andrea colasuonno,

24 marzo 2016

Categorie: Cultura, Europa, Politica Estera, Società

Tony Judt, famoso storico e accademico inglese, nel 1999 si ritrovò a passare del tempo in Belgio, la terra di suo padre. Durante i mesi trascorsi in un piccolo villaggio fiammingo vicino Bruges, scrisse un breve e denso saggio proprio sul paese che lo ospitava. Lo intitolò “Is there a Belgium?” pubblicandolo alla fine di quell’anno sulla New York Review of Books. A leggerlo a distanza di 17 anni, dopo gli attentati di Bruxelles, quando gran parte degli analisti parla del Belgio come di uno stato fallito, è un articolo che dà le vertigini visti i toni quasi profetici di alcune sue intuizioni.

L’intellettuale guarda al Belgio come a un caso di studio emblematico: analizzandolo, secondo lui, è possibile capire quali sono i pericoli che minacciano ogni Stato. Il piccolo paese affacciato sul Mare del Nord, grande quanto il Galles, con 11 milioni di cittadini, è diviso sostanzialmente in 2 parti: quella a Nord, fiamminga, ultra divisa e federalizzata; quella a sud, di lingua francese, senza alcuna identità distintiva. Se il Belgio dovesse sparire “importerebbe a qualcuno?” si chiede provocatoriamente Judt nelle prime battute del saggio.

In realtà la faccenda è molto più complessa rispetto a una semplice contrapposizione fra fiamminghi e valloni. In breve, durante gli anni ’50, le fortune economiche si rovesciarono. Chiusero le miniere di carbone che avevano reso prospera la Vallonia per decenni, lasciando centinaia di migliaia di disoccupati. Intanto le Fiandre svilupparono commercio e tecnologie di servizio divenendo la parte più ricca del paese. A questo punto i fiamminghi presero ad avanzare con sempre più insistenza le proprie rivendicazioni politiche, le quali una volta realizzate hanno portato all’assetto attuale della nazione.

7 revisioni della Costituzione in 30 anni hanno trasformato il Belgio in uno stato federale, consegnando ai suoi cittadini una macchina amministrativa complessissima. Esistono oggi 3 regioni: Fiandre, Vallonia e Bruxelles Capitale, ciascuna con il suo parlamento (oltre quello nazionale). Su queste regioni si incastona la divisione linguistica, ossia 3 comunità dotate di altrettanti parlamenti: madrelingua olandesi, madrelingua francesi, madrelingua tedeschi. A ciò si aggiungano 10 provincie, 5 nelle Fiandre e 5 in Vallonia, con rispettive competenze.

Facile immaginare come i principali partiti siano scissi secondo criteri linguistici e comunitari, cosa che non fa altro che approfondire la spaccatura. Formare un governo a livello nazionale è impresa difficilissima: richiede accordi pluripartitici, interregionali, un maggioranza dei due più grandi gruppi linguistici ed equilibrio di rappresentatività a tutti i livelli. “Il Belgio non è più uno stato, e neppure due, ma una distesa diseguale di autorità distinte che si accavallano e raddoppiano”, spiega Judt. A tenerlo unito restano solo la famiglia reale, la moneta e il debito pubblico.

Stessa logica seguono le forze di sicurezza. Ci sono decine di corpi comunali; la Police Judiciarie gestita in pratica da arrondissements locali; la Gendarmerie, corpo nazionale, ma con un numero ridotto di effettivi. Queste forze collaborano a stento fra loro, centellinano le informazioni da condividere e finiscono alle volte in aperta competizione. Il risultato è che spesso si ostacolano a vicenda fornendo un pessimo servizio ai propri cittadini. Ecco che fra gli anni ’80 e ’90, spiega Judt, il paese divenne luogo d’azione privilegiato per i crimini dei colletti bianchi che potevano agire sostanzialmente indisturbati. Oggi lo è diventato, aggiungiamo noi, per gli jihadisti di tutta Europa.

Secondo il Guardian il Belgio è il paese occidentale con il più alto numero di foreign fighters, fra i 350 e i 550. Il paese è stato anche base di Sharia4Belgium, organizzazione parte del network jihadista Sharia4, attivissimo nel reclutare e formare nuovi terroristi. Oltre agli ultimi recenti attentati consumatisi su suolo nazionale, sono stati pianificati in Belgio gli attentati di Parigi, ma anche quelli a Madrid nel 2004. I quartieri di Schaerbeek, Saint-Josse, Molenbeek, parti di Saint Gilles a Bruxelles, si sono dimostrati covi del radicalismo più becero. Forse perché “Bruxelles è riuscita a cancellarsi” osserva Judt quasi 20 anni fa, “qualunque cosa ci fosse un tempo è stata smantellata. Il risultato è un anonimato senza ambizione, una sterile impersonalità culturale […]”.

Ma le intuizioni più inquietanti lo storico le sfodera a fine saggio. “Influenzato da forze politiche ed economiche al di là del proprio controllo, intrappolato tra la decentralizzazione federalista e agenzie governative disorganizzate e incompetenti […] il Belgio è il primo paese sviluppato a essere realmente alla mercé della globalizzazione in tutte le sue forme. […] Lo Stato unitario, per compiacere i suoi critici interni, ha stretto un patto faustiano”. Così conclude amaramente Judt “il Belgio è importante, e non solo per i Belgi. Lungi dall’essere un modello, potremmo considerarlo un avvertimento: alla fine del ventesimo secolo, tutti sappiamo che possiamo avere troppo stato, ma, grazie al Belgio, sappiamo pure che possiamo averne anche troppo poco”.

andrea colasuonno

Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.

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