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LA QUESTIONE DELL’AUTONOMIA DEL POLITICO

Un contributo al dibattito - Parte 2

Pubblichiamo la seconda parte del contributo al dibattito di Franco Astengo. In basso, il link alla prima parte.

Risalta il ritorno del dibattito sul concetto di “autonomia del politico” in una fase apparentemente dominata dal prevalere della tecnica e dell’assunzione della funzione politica esclusivamente come fatto amministrativo di “gestione” del presente mediandone gli elementi oggettivi di funzione nella sopraffazione di massa con il ritorno alla democrazia diretta e al dialogo tra il Capo e la Masse.
La semplificazione costituzionale tentata proprio per realizzare operativamente questo predominio appare come un vero e proprio punto d’arrivo di questa fase: l’ha invocata J.P. Morgan, l’ha tentata vanamente il PD italiano, sembrano essere riusciti nell’intento almeno provvisoriamente Macron e Trump.

Come può essere contrastato questo disegno e quali sono gli elementi da mettere in campo come alternativi?

Dal nostro punto di vista Il problema è pur sempre quello gramsciano della conquista dell’egemonia politica.
Si tratta di riuscire ad esprimere, come a suo modo già sapeva Gramsci, l’antagonismo della classe dentro e contro il capitale,
C’è bisogno, a questo punto, di uscire fuori dal rapporto di produzione capitalistico, di natura esclusivamente economica e quindi oggettivamente subalterno alla tecnica e quindi controllabile e gestibile dalla posizione dominante del capitale. Affinché ci sia politica, la classe deve andare contro se stessa, contro la sua stessa natura economica: «È propriamente la separazione della classe operaia da se stessa, dal lavoro, e quindi dal capitale. È la separazione della forza politica dalla categoria economica». E deve rendersi autonoma: «Una separata autonomia politica dei movimenti di classe delle due parti è tuttora il punto di partenza da imporre alla lotta: di qui, di nuovo, tutti i problemi di organizzazione della parte subalterna. Lo sforzo del capitale è di chiudere entro la relazione economica il momento dell’antagonismo, incorporando –come è già in larga parte accaduto – il rapporto di classe nel rapporto capitalistico, come suo oggetto sociale. Lo sforzo di parte operaia deve all’opposto tendere continuamente a spezzare proprio la forma economica dell’antagonismo».
Il problema politico diventa discriminante per portare l’antagonismo nella società.
L’autonomia del politico deve agire in modo da superare, nel concetto teorico e nella pratica di movimento e di organizzazione il rapporto economico che lega alle masse al capitale facendo s’ che esse non si trasformino immediatamente un soggetto politico.
E’ questo il punto della corrispondenza di un’organizzazione politica dove possa aver luogo la soggettivazione dell’agire politico senza neutralizzarne – come popolo – la peculiarità dell’antagonismo.

 

Qual è dunque il nodo che ci troviamo di fronte e che deve essere affrontato rinnovando l’intreccio autonomia / egemonia
Quello dell’ “l’economics” al posto della “policy”.
Ne risulta così completamente spiazzato il concetto di “autonomia del politico” che aveva egemonizzato, almeno a partire dagli anni’80 del XX secolo, qualsiasi prospettiva teorica riguardante l’azione politica e di governo della società, accompagnando – appunto – il ciclo liberista con il compito, anteposta la funzione di “governabilità” a quella di “rappresentanza”, di sfoltire la domanda sociale, riducendone al minimo il rapporto proprio con la politica, ridotta al ruolo dello Stato, sulla linea del funzionalismo strutturale di Luhmann.
Una vittoria piena, all’apparenza, della riflessione di Heidegger sull’essenza della tecnica e di naturale conseguenza dell’economia.
Una sconfitta, altrettanto piena, per chi pensava di costruire un’ipotesi diversa, attraverso una strategia di “contenimento” del prevalere dell’economia sulla politica, dimenticando la lezione di Hilferding sul prevalere del fenomeno della finanziarizzazione che è quello che sta alla base dello stato di cose in atto, come qui si è cercato di descrivere.
Siamo di fronte sul piano politico alla creazione di una nuova oligarchia, indifferente alla realtà democratica e alle istanze sociali.
Come può essere possibile contrastare questa egemonia, attraverso la quale sul piano concreto si sta cercando di porre quasi “al di fuori dalla storia” milioni di persone considerate semplicemente come oggetti da sfruttare esclusivamente in funzione della creazione e dell’appropriazione del plusvalore ?
Non sarà sufficiente riproporre la realtà di un’organizzazione politica degli “sfruttati” posta al di fuori e “contro” la realtà dell’unificazione tra economia e politica: una realtà di organizzazione politica della quale, comunque, si sono smarrite le coordinate nel corso di questi anni.

 

Riprendendo Claudio Napoleoni nel suo “Discorso sull’economia politica” (Bollati Boringhieri 1985) l’obiettivo dovrebbe essere quello di riguadagnare tutta intera la dimensione politica dell’economia rovesciando completamente l’impostazione oggi egemone.
Per avviare, però, un processo di costruzione di una soggettività politica posta in grado di porsi, nel tempo, questo tipo di obiettivo è necessario tornare a introdurre, nel rapporto tra il contesto sociale e quello politico, il principio di “contraddizione sistemica”, in una visione di “distinzione – opposizione” che non riguardi soltanto le finalità, per così dire, “ultime” nella prospettiva di costruzione di una società diversa, ma nell’immediato la ricostruzione di un principio di dialettica politica.
Una dialettica politica non annullata dall’egemonia dominante, ma che, anzi, pur nella scansione obiettiva di finalità limitate all’interno di successivi passaggi di transizione, si risulti in grado di proporre un diverso, alternativo, edificio sociale.
In questi anni le forze della sinistra hanno finito con l’acconciarsi al ribadimento della catastrofe, senza riuscire in qualche modo ad allontanarla: se si pensa che sia ancora possibile, invece, un movimento di liberazione da quella stessa catastrofe che stiamo vivendo allora bisogna porsi, ancora, il tema del guardare in modo diverso al rapporto tra l’uomo e il mondo rispetto a quello stabilito, e apparentemente obbligato, dalla triade sfruttamento- appropriazione – dominazione.

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