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Quale Europa?

Un'altra Europa è possibile?

di: giulio di donato,

2 marzo 2016

Categorie: Archivio

Sono state settimane estremamente difficili e complicate – se guardiamo al recente braccio di ferro fra la Grecia e l’attuale governance europea – che hanno disvelato la natura oligarchica e scarsamente democratica della costruzione comunitaria, per la cui sostenibilità continuano a imporsi cure a base di politiche di austerità e fanatismo neoliberista. Un piccolo paese come la Grecia ha dimostrato ai cittadini europei ciò che prima denunciavano in pochi: la fragilità e le contraddizioni di un’Unione lacerata dagli egoismi, lo strapotere dell’economia sulla politica, il commissariamento di governi liberamente eletti da parte di istituzioni prive di legittimità democratica considerate alla stregua di entità divine. La denuncia si è trasformata in verità, in dimostrazione concreta. Sul muro finora immacolato del potere europeo è apparsa una piccola crepa, che ora spetta ad altri approfondire (vedi le prossime elezioni in Portogallo, Spagna e Irlanda).

Il governo Tsipras è certo uscito malconcio dalle ultime estenuanti trattative, ma i suoi margini di manovra erano assai ristretti ed il terreno del confronto estremamente accidentato e scivoloso. Solo per doveroso senso di responsabilità nazionale il giovane premier greco ha sottoscritto quel nuovo indigesto memorandum (anche se non vanno sottaciuti alcuni elementi positivi: si è riusciti a scalfire, seppur leggermente, il blocco di potere europeo e si è finalmente aperto, su più fronti, un discorso sulla sostenibilità del debito greco, con tutto ciò che ne consegue). C’è stato poi l’azzardo del referendum fortemente voluto da Tsipras, che doveva servire a rafforzare il peso del governo greco, forte di un nuovo mandato popolare, al tavolo delle trattative. Ma questa soluzione ha irrigidito oltre ogni misura le posizioni più dure e conservatrici, fin da subito insofferenti nei confronti di questa coraggiosa prova di democrazia, e si è scontrata, più in generale, con l’arroganza e indifferenza delle classi dirigenti europee rispetto alla necessità di arrivare ad un giusto e necessario compromesso, così come verso gli esiti di una naturale dialettica democratica. Ora, ciò che importa è che Syriza resti unita e non subisca modifiche il quadro politico greco, nella speranza che un responso positivo delle prossime elezioni in Portogallo, Spagna e Irlanda (assieme ad un nuovo quadro di mobilitazioni) ribalti i rapporti di forza in senso assai più favorevole a chi vuole continuare, da sinistra, una battaglia per un’altra Europa possibile, più giusta, democratica e solidale.

Il nodo resta sempre lo stesso: o si torna indietro, al recupero della sovranità monetaria e nazionale (a partire da un’uscita concordata e cooperativa, non certo unilaterale, dalla moneta comune), oppure – ed è la soluzione che mi sento ancora di preferire – si procede in fretta ad una maggiore integrazione politica per superare il grave deficit di democrazia attuale e rompere quel dominio di tecnocrazia e neoliberismo tutto rigore e tagli alla spesa sociale, privatizzazioni, precarietà e svalorizzazione del lavoro, che oggi imprigiona l’Europa. In questo senso, diverse sono le riforme che si rendono necessarie: a partire da una generale revisione dei trattati e dei vincoli di bilancio vari, c’è la necessità di introdurre meccanismi di condivisione del debito (da qui l’idea degli eurobond e dei project bond) e di rivedere il ruolo della Bce, perchè cominci a finanziare, sia pure a certe condizioni, direttamente gli Stati, in modo che la finalità primaria delle sue azioni diventi, accanto alla stabilità dei prezzi, quella di promuovere la piena (e buona) occupazione.

Alla luce delle vicende di cui sopra, aumentano, però, i dubbi sulla possibilità di riformare l’Europa all’interno di un certo quadro di compatibilità date.

Se non si abbia a che fare con dei dispositivi di ricatto e di comando talmente forti e sofisticati in grado di immobilizzare fin dall’inizio processi democratici poco graditi e di soffocare sul nascere qualsiasi tentativo di una politica autenticamente di sinistra.

Se non convenga ribaltare le fondamenta su cui si è andata costruendo l’Unione europea, per immaginare un nuovo processo di cooperazione e solidarietà fra i paesi europei che nasca attorno alla condivisione di alcune questioni (politica estera e di difesa comune, esercito comune, politica dell’immigrazione comune, fondi comuni per la crescita, lo sviluppo e il sostegno ai paesi in difficoltà, libertà di circolazione per le persone e le merci, ma non per i capitali, ecc.), lasciando però aperto e in sospeso un discorso sulla moneta comune (diverse le ipotesi in campo: c’è l’idea della doppia moneta, ovvero un diverso modello di cooperazione monetaria che vedrebbe all’interno dell’eurozona la convivenza fra valute diverse e la presenza dell’euro come moneta comune di fronte alle altre valute internazionali, come il dollaro e lo yen, la quale agirebbe da scudo verso la speculazione internazionale; oppure la possibilità di un ritorno ad un regime monetario di cambi semi-fissi o concordati accanto a forti limitazioni e controlli sui movimenti di capitali, ma non sono un economista e non voglio scivolare su un terreno che non è il mio). Nella prospettiva di restituire ai parlamenti libertà e poteri in termini di politica economica e monetaria, senza i quali viene meno il primato della politica sui processi economici, e perde di senso la parola democrazia, la parola politica, la parola sinistra.

Ma questo discorso aprirebbe scenari dai contorni incerti e imprevedibili, con il rischio di disperdere i meriti che vanno comunque riconosciuti al processo di integrazione europea: aver “ravvicinato i popoli europei in modo non revocabile” e aver “espunto, anche come ipotesi remota, la possibilità stessa della soluzione bellica dei conflitti tra gli stati europei“.

Ad ogni modo, su questi temi ben poche sono le certezze che mi sento di raccogliere e far mie (fra queste, resiste per fortuna un spirito fortemente e convintamente europeista), troppi essendo i dubbi e gli interrogativi che i fatti delle ultime settimane mi hanno lasciato. Non resta altro che continuare a “cercare ancora”, a studiare, leggere, approfondire, sperando si riapra quanto prima a sinistra un discorso “a tutto campo” sui destini dell’Europa.

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giulio di donato

Romano. Militante di base. A Sinistra, in direzione ostinata e contraria.

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