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L’Aquarius, i rifugiati, i muri e le frontiere liquide

Gli Stati dovranno affrontare una sfida epocale: la loro stessa definizione in quanto a confini e frontiere

La vicenda dell’Aquarius rende manifesto che lo spazio politico europeo venga attualmente
inteso come libertà di movimento illimitata all’interno delle frontiere interne – lo spazio
Schengen – a patto che venga negato il diritto di movimento attraverso le sue frontiere esterne.
Il fatto che i campi per rifugiati vengano istituiti sempre più ai confini del territorio europeo – ed
oltre – è la manifestazione concreta del modo propriamente europeo di riconfigurare la propria
geografia immaginaria, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere.

La complessità di questa prospettiva è poi intensificata dall’incertezza della localizzazione dei confini statali nel Mar Mediterraneo e, di conseguenza, dall’indeterminatezza della responsabilità particolare di uno Stato o di un altro rispetto al salvataggio dei rifugiati dalle acque.
In effetti, spetta sempre al Governo decidere se lo Stato ha l’obbligo di garantire la sicurezza dei rifugiati. Anche se esiste una convenzione sui rifugiati, dipende dalla sovranità statale se scegliere di rimanere fedele o meno a questo accordo.
Il diritto d’asilo resta così inevitabilmente discrezionale.
L’esigenza dello sviluppo di un’etica delle frontiere è dunque uno dei compiti più urgenti del nostro tempo, ed a maggior ragione nella situazione geopolitica europea attuale, che molti Paesi stanno sperimentando come un’istanza di uno stato di emergenza permanente – qualcosa che nemmeno
Carl Schmitt poteva giustificare.

In risposta alla “crisi” dei rifugiati, l’Europa ha prodotto l’idea di un’associazione diretta tra la
sicurezza individuale e la difesa – o chiusura – dei confini, di modo tale che il rapporto con l’altro si effettua sulla base della paura.
La paura, lungi dall’essere ridotta, resta oggi centrale sul piano emotivo, proprio mentre assistiamo all’incremento di sforzi concreti per limitarla, per così dire, a livello fisico.
La costruzione dei muri, o il rafforzamento, specie militare, delle frontiere, ha lo scopo di frenare il movimento delle persone.
L’atto di contenere la mobilità risponde alla necessità di limitare la paura.
Insomma, la costruzione dei muri corrisponde al tentativo di arrestare il movimento, sospendendo la libertà di movimento attraverso i confini, e quindi di incanalare la paura.
Tutto ciò illustra il fatto che l’ordine statale ed europeo è attualmente messo in moto e scosso dall’importanza politica ed etica del movimento dei rifugiati.

Nel mondo moderno, lo Stato-Nazione è lo spazio politico maggioritario. Tuttavia, molti paesi all’interno dell’Unione – e al di là – stanno attualmente affrontando il grave problema che non esiste più una
concezione unanime e condivisa di cosa sia uno Stato.
Ci troviamo ora di fronte, se non al potenziale crepuscolo degli Stati-Nazione, all’emergere di nuovi spazi politici.
Occorre quindi affrontare le sfide politiche attuali, a cominciare dal problema della permanenza di uno spazio politico che tuttavia richiede per sé una nuova definizione, in grado di rendere conto delle
frontiere liquide e del movimento dei rifugiati.

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