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Una sinistra del lavoro e della pace, figlia della Costituzione anti-fascista

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25 Aprile 2022

Categorie: Politica Interna

23 aprile 2022, intervento al Congresso nazionale di Articolo Uno.

Un compagno qualche tempo fa mi ha ricordato che “congresso” ha una etimologia latina: congredior, che vuol dire incontrarsi ma anche camminare insieme.

E si cammina insieme se si condivide l’orizzonte, la meta. La nostra è una: dare vita a una sinistra popolare, larga, riformatrice, che porta con sé, come missione, l’impegno e il tentativo di governare, di cambiare la vita, la condizione del Paese, a partire dal punto di vista delle classi popolari, di chi lavora. Non una sinistra che si guarda allo specchio e si bea della propria presunta autosufficienza, ma una sinistra che prova a cambiare, un pezzo alla volta, la pelle, la carne viva del Paese.

E la prima cosa che vorrei dire è che abbiamo provato a farlo, anche se con mille difficoltà e mille limiti, in questi anni, nelle due esperienze di governo, ottenendo risultati che dovremmo riconoscere e valorizzare. Se sono aumentate le spese per la sanità pubblica e abbiamo contrastato la pandemia, con una gestione che è stata riconosciuta da tutti, in Europa e non solo, come esemplare, è merito del nostro Ministro Roberto Speranza e a monte del fatto che abbiamo scelto di giocare questo ruolo, di mettere gli scarponi nel fango e di governare. Se abbiamo nel PNRR 5 miliardi di euro per la realizzazione e la messa in sicurezza di asili nido e scuole per l’infanzia e se abbiamo stanziato nell’ultima legge di bilancio risorse per sostenere le spese strutturali di questi investimenti, è anche merito (lasciatemelo dire, anche se con un piccolo conflitto di interesse) di Maria Cecilia Guerra al Mef e dunque della scelta di stare in campo con questo ruolo.

Questa precisazione di linea è un primo punto fermo del nostro congresso.

Il secondo punto fermo, se così possiamo dire, lo abbiamo messo tutti noi, lo ha messo chi di questo era convinto sin dall’inizio e chi si è fatto convincere: il secondo punto fermo è che Articolo Uno non si scioglie e non si arrende a confluire nel Partito democratico. È una cosa semplice ma decisiva, il titolo della notizia, la sintesi per i giornali. Articolo Uno non si scioglie e non si arrende. 

E se noi non entriamo nel Pd non è per difendere rendite di posizione, interessi di bottega, ma è perché pensiamo che quello che c’è oggi ancora non basta. Non bastiamo noi, è evidente, e non basta neppure il Pd, che è ancora imbrigliato in quella illusione inter-classista che lo fa percepire dall’opinione pubblica come guardiano dell’equilibrio attuale. Non forza di trasformazione ma forza di mantenimento, di conservazione.

Vedete, ce la prendiamo giustamente con gli oligarchi russi, ma non ci accorgiamo che gli oligarchi ce li abbiamo anche in casa nostra. In Italia le tre persone più ricche detengono la ricchezza di 6 milioni di italiani. I 40 più ricchi hanno l’equivalente del 30% della ricchezza nazionale, cioè di 18 milioni di italiani. Cosa sono questi? Non sono oligarchi? 

E cos’è la sinistra se non aggredisce quello che Bobbio chiamava lo scandalo delle diseguaglianze? E se non propone correttivi profondi, e non sempre e solo palliativi?

Vale anche per moltissimo altro: dalla mancanza di equità fiscale alla selva di contratti precari che stanno infestando la ripartenza, pregiudicando il futuro di intere generazioni.

Ognuna di queste cose dice dell’esigenza di costruire una vasta alleanza in grado di battere le destre alle prossime elezioni politiche, ma dice anche e soprattutto dell’esigenza di costruire dentro questa alleanza un perno di sinistra, laburista, socialista che tenga insieme Articolo Uno e le altre forze che accettano questa sfida.

Però lasciatemi dire una cosa, in conclusione. Perché le alleanze e ancora più i processi costituenti si fanno anche se si condivide una cultura politica. E un pezzo fondamentale della cultura politica è lo sguardo sul mondo, la collocazione internazionale.

La cultura di governo sulla quale ho incentrato il mio intervento si deve confrontare con elementi che devono essere irrinunciabili.

Perché c’è una grande differenza tra essere alleati ed essere subalterni, tra essere leali ed essere fedeli.

Non si tratta di fare o dire cose sgrammaticate o indicibili. Basterebbe che noi ci impegnassimo a recuperare e a difendere la grande tradizione diplomatica del nostro Paese, la sua essenza, che si è sempre poggiata su due capisaldi: una cultura radicalmente europeista, da Spinelli in avanti: visionaria, pionieristica: meno gelosia e idiosincrasie nazionaliste, più sovranità europea, più poteri democratici all’Europa; e un approccio autonomo, critico, votato al multilateralismo e alla comprensione razionale degli interessi di ciascuno.

Contro il rischio di una terza guerra mondiale noi dobbiamo dire con nettezza che l’unica via è il negoziato, la diplomazia.

E nel negoziato l’avversario va riconosciuto. Va riconosciuto il suo volto. Diceva don Tonino Bello che la guerra trova la sua radice nella dissolvenza dei volti. E invece è nella comprensione dei volti che si colloca la radice della pace, l’unica radice possibile di una parola, di un gesto, pace, che è straordinaria, profetica, ma che sembra ormai acqua nel deserto.

E allora diciamolo, almeno noi, con coraggio: non sono gli 800 milioni di dollari di nuove armi che Biden ha assicurato all’Ucraina la strada per fermare il conflitto.

Non è l’ulteriore allargamento a Est e a Nord della Nato la soluzione alla sicurezza dell’area.

Non è ostacolando le iniziative diplomatiche di Macron, della Cina, di Israele, del Vaticano che si dimostra di avere a cuore la vita della popolazione ucraina, delle sue donne, dei suoi bambini.

E non è – lo dico ai tanti che ci vorrebbero tutti allineati, intruppati, irregimentati in questo clima isterico di guerra – attaccando l’ANPI, Avvenire, il mondo cattolico, questa mattina persino la Marcia della Pace Perugia-Assisi, non è militarizzando il dibattito pubblico che si rende un buon servizio alle ragioni del nostro Paese e della pace. 

Io vorrei che da questo congresso arrivasse la nostra solidarietà al popolo della pace che sarà in piazza da Perugia e da Assisi e la nostra solidarietà, nel rispetto dei ruoli e anche delle posizioni diverse che abbiamo assunto, all’ANPI: lo dimostreremo anche lunedì, partecipando a Milano e in tutta Italia alle manifestazioni antifasciste. 

Concludo. Noi siamo questa cosa qui. Persone serie, una sinistra mai settaria, mai minoritaria, con cultura di governo e lo sguardo largo.

Ma anche con convinzioni forti, non subalterni, non arresi, con l’orgoglio delle nostre idee e delle nostre bandiere. La bandiera del socialismo, dell’Europa, la bandiera della pace, la bandiera di una Costituzione che vogliamo tutti i giorni e fino in fondo ascoltare, difendere e applicare.

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